Grazie di tutto Drew Brees

“E ora i New Orleans Saints chiedono di alzarvi dalla vostra sedia e salutare per l’ultima volta nel suo stadio il più grande giocatore nella nostra storia: Drew Brees!
Il numero 9 si gira, un’ultima volta, verso i 78’000 del Mercedes-Benz SuperDome con gli occhi lucidi e il pallone nella mano destra. Lo alza e saluta il suo adorante pubblico alla stregua di un torero. New Orleans gira la più gloriosa pagina della sua storia sportiva.
Mentre sugli spalti gli striscioni dedicati al quarterback narrano di una carriera eccellente e la rinascita della città della Louisiana, anche in Italia le lacrime solcano il volto degli appassionati, ridotti a dare l’addio a una leggenda nelle prime ore dell’alba del 18 gennaio 2021.

Di tutte le occasioni che COVID ci ha tolto, quella narrata oniricamente sopra è una delle limitazioni più dure da digerire. A 42 anni Drew Brees si è ritirato, ma quella sera niente commiati: al Superdome ci sono pochi spettatori, mascherati e un po’ spauriti. Con la sconfitta a opera dei Tampa Bay Buccaneers, si chiude troppo razionalmente la dura, sfavillante, difficilissima carriera di uno dei più grandi QB di tutti i tempi.

A realizzarne per primo la potenzialità fu Joe Tiller, che dopo una buona carriera da head coach a Wyoming approdò a Purdue. Per risollevare le sorti dell’ateneo dell’Indiana, Tiller utilizzò da subito (1997) la Spread Offense, con 5 riceventi allineati nei pressi della linea di scrimmage, e nessun runningback nel backfield. Contestualmente, Drew Bress da Austin, Texas, fu il suo primo quarterback reclutato. Dopo molta panchina nel ‘97, la stagione successiva Brees convinse Tiller a schierarlo per la partita contro Minnesota, il 3 ottobre del 1998.
Risultato? 56-21. Schierati a uomo, i difensori dei Gophers non poterono nulla contro la Spread dei Boilermakers. Non che la zona aiutasse a dire il vero; Brees concluse la stagione con 3983 yard e 39 TD, la sua migliore, statisticamente, a livello universitario. La Big Ten, conference in cui Purdue gioca, è stata a tal punto stravolta dal piccolo Drew da creare nel 2011 il premio per miglior QB e dargli il suo nome (oltre a quello di Bob Griese, altro prodotto da Purdue che vinse due Super Bowl nei Dolphins tra i professionisti).
Per intenderci, Russell Wilson ha in bacheca un Brees-Griese award. Tiller stava dando, essendo stato il primo a usare la spread in Big Ten, un consiglio ai proprietari NFL: “Date a questo ragazzo una possibilità e creategli la spread intorno.”

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Nell’aprile del 2001 i San Diego Chargers sono la squadra in grado di dargli quella possibilità. Lo scelgono alla prima chiamata del secondo giro, ma solo perché non riescono a convincere Michael Vick a firmare per loro. Brees è il secondo QB scelto perché nessuna delle altre 29 squadre (escluse San Diego e Atlanta) crede in lui: troppo basso, dal braccio non eccelso, figlio di un modo di giocare che nei professionisti non funziona.
I Chargers sono increduli quando possono prenderlo alla 32 e metterlo a imparare dietro il titolare, Doug Flutie, strappato in free agency ai Buffalo Bills.

Brees Chargers

Le prime tre stagioni sono altalenanti. Flutie gioca la prima, Brees la seconda e nel 2004 i due si alternano al comando dopo che il numero 9 gioca male le prime otto partite donando ai Chargers un poco rispettabile 1-7. Sulla base di queste prime tre stagioni, San Diego si ritrova a un bivio: con Flutie da pensionare, deve scegliere se rimanere con Brees oppure investire la prima scelta assoluta su un quarterback, con Eli Manning e Philip Rivers in uscita dal college.
In California si segue quest’ultima strada e Rivers si siede in panchina dietro il prodotto di Purdue. Che esplode. Lancia il 66% con 27 touchdown e il primo invito al Pro Bowl della carriera. Vince 12 partite e la division prima di arrendersi ai New York Jets nel primo turno di Playoff. Se 27 TD vi sembrano pochi, pensate che quell’anno Ladainian Tomlinson, il running back dei Chargers, segna 17 volte; l’inizio di carriera di Brees non può, per forza di cose, avere i numeri della sua seconda parte.
Nel 2015 l’exploit non si ripete. Brees è titolare e umilia Patriots e Colts, ma non riesce a riportare i suoi ai Playoff. Durante l’ultima partita, contro i Broncos, ricopre un fumble a ridosso della sua end zone e un difensore di Denver lo placca sulla spalla. Il braccio si gira, e la diagnosi è terribile: rottura del cercine e varie lesioni alla cuffia dei rotatori del braccio che lancia, il destro.
Brees, che sta giocando sotto franchise tag, è free agent. I Bolts hanno già firmato Rivers per un sacco di soldi e non partecipano all’asta. I Miami Dolphins, squadra in rampa di lancio a cui mancherebbe solo un QB per ambire ai Playoff, si fanno scoraggiare dall’analisi del loro medico: ci sono probabilità che Brees non possa più giocare. Rimangono i New Orleans Saints, una delle franchigie meno blasonate in NFL, che gli offrono un contratto.

Contemporaneamente succedono altri due eventi: dopo un anno di esilio causa uragano Katrina i Saints possono tornare al Superdome e Sean Payton è il nuovo head coach. Dopo tre anni sotto Bill Parcells a Dallas, Payton è pronto a mettere le sue doti di playcaller offensivo al servizio di Brees. Il connubio porta New Orleans non solo ai Playoff ma al bye, alla vittoria nel Divisional e quindi alla prima presenza al Championship della NFC, perso contro i Bears.
Quel 2006 è un anno straordinario per i quarterback in NFL. Rivers prende le redini dei Chargers che vincono 14 partite su 16. Peyton Manning vince il primo Super Bowl della carriera strappando prima il Championship della AFC da Tom Brady e i suoi Patriots. Tony Romo (scelto da Sean Payton a Dallas) va al Pro Bowl. A New Orleans, come detto, si crea la coppia Brees-Payton.

Gli anni volano sulle ali della spread offense e dei lanci precisi del numero 9. I Saints non sono più una squadra di football, sono l’espressione della ripresa della Louisiana dopo Katrina, sono un simbolo. Iniziano tutti a tifare per loro.
Nel 2007 e 2008 Brees lancia una media di 640 volte a stagione. I 657 del 2008 sono al terzo posto ogni tempo. Ora quegli stessi 657 sono al 15esimo posto. La NFL diventa la “pass-happy league” che conosciamo ora, con Payton e Brees che trainano il carro.
Tutto si allinea nel 2009. I Saints marciano sulla NFC, i Colts sulla AFC. Entrambe le squadre hanno la possibilità della perfect season fino a che i rispettivi coach non decidono di buttarle entrambe alle viole una volta che il seed numero 1 è ipotecato. Le due compagini si affrontano nel Super Bowl XLIV, con in palio non solo il Vince Lombardi ma anche la palma di miglior quarterback del decennio (i famosi anni 0). Le statistiche avanzate ci dicono perché: dal 2000 al 2010 Peyton Manning aggiunge 7,1 punti a partita alla sua squadra (Earned Points Average per game), Drew Brees 4,4. Brady è terzo.
La partita di Miami è in bilico finché Tracy Porter non intercetta Manning e riporta nella End Zone dei Colts il pallone della vittoria. Brees è MVP della gara, e New Orleans si gode l’apice della sua storia sportiva solo cinque anni dopo che il SuperDome aveva ospitato gli sfollati di Katrina.

Per altre cinque volte fino a oggi i Saints vinceranno più di 10 partite. Sempre cinque sono le stagioni di Brees sopra le 5000 yard (su dodici totali nella storia della NFL). I record si sprecano, ma non vi vogliamo privare della lista dei più significativi.
Maggior numero di yard e touchdown lanciati in carriera, maggior numero di TD in una partita, più alta percentuale di completi in stagione e in carriera. Brees ha il miglior rating tra tutti i QB ritirati, e lo stesso discorso vale per le yard lanciate a partita.
Se non siete degli appassionati direte: “Questo qui avrà vinto almeno 4 Super Bowl”. La storia per lui però è differente.

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Guardo il bicchiere un po’ pensieroso. Non il mio solito agosto, sono in India in un albergo. Dimostrando la classica, forse stucchevole, attenzione, il concierge mi aveva detto al rientro che alla terrazza dell’ultimo piano ci sarebbe stato un rinfresco alcoolico gratuito per tutti gli ospiti.
Ho deciso di venirci, in terrazza, per l’occasione chiusa per una fastidiosa coda di monsone. Sento parlare davanti a me gli impiegati dell’hotel con un ragazzo, dice loro di essere statunitense. Non perdo mai tali occasioni. Mi presento, gli dico che è qualche anno che scrivo di football, che ho tanti amici in Italia che seguono quello sport. Sono abituato alla sua incredulità, quando dopo poco la palesa.
Gli chiedo per quale squadra faccia il tifo. Mi ha già detto di essere del Missouri e i Chiefs sono una squadra fantastica, mi aspetto una risposta scontata. “No, io tengo per i Saints!”
Mi esprime la sua stima per Drew Brees. Non ho mai visto il 9 dei Saints in questo modo: mi bastava la sua brillantezza sul campo. Scopro che il prodotto di Purdue non solo è un campione e possiede più di metà dei record statistici per il suo ruolo, ma è anche un esempio per una larga fetta di americani.
Cristiano, negli anni si è meritato l’ironico soprannome di “Breesus”, che immagino non gli piaccia. Al contrario di altri giocatori, non ha una fede riservata o nascosta. Di intervista in intervista, è una presenza palpabile all’interno dell’ambiente religioso americano. Le varie iniziative di beneficenza, ancora più amplificate da Katrina e l’impegno di Brees nella difficilissima città di New Orleans, lo rendono un esempio per l’americano medio, che lo erge a modello per una vita solida al di fuori del campo.
Unite questa attitudine con l’influenza scaturita dall’essere per New Orleans un raggio di sole sul gridiron in uno dei periodi storici più difficili, post-uragano, e capirete come il quarterback dei Saints sia stato per molti qualcosa in più di uno dei lanciatori più prolifici di sempre.

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Se le statistiche non devono raccontare quanto grande sia un atleta, devono farci però capire i motivi per cui Drew Bress NON sia stato un grande in bacheca.
Nelle ultime 200 partite giocate in NFL, Brees ha avuto un supporto dalle sue difese di -3,1 punti a partita. Circa 6 punti in meno di Tom Brady, per esempio, che ha goduto di 2,2 punti a partita. Corrisponde a circa 1000 punti in più per il californiano. L’altro californiano impegnato negli ultimi Playoff, Rodgers, è anch’egli favorito di 300 punti sul nativo di Austin.
Nelle stagioni di Brees a New Orleans, i Saints hanno avuto per due sole volte un apporto difesa/special team da top 10, mentre per otto volte un apporto inferiore alla media. Tre volte il peggiore in NFL. I Patriots (che volenti o nolenti sono il termine di paragone dell’eccellenza NFL) sono stati otto volte in top-10 nelle stesse stagioni.
I dati dell’ultimo paragrafo sono presi da un articolo apparso su The Athletic il 19 gennaio 2020

Drew Brees Saints Panthers

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Non sarebbe romantico il football, però, se ci fermassimo ai numeri. Durante la sua carriera in Louisiana, Brees ha visto passare davanti a sé i seguenti disastri.
La cacciata di Gregg Williams per il bounty scandal e conseguente sospensione di Sean Payton; il Minneapolis Miracle, con Stefon Diggs che riceve con 0 secondi sul cronometro una palla di Case Keenum e manda i Vikings al Championship, l’incredibile non chiamata arbitrale per defensive pass interference nel Divisional con i Los Angeles Rams della stagione successiva.
State sicuri: Brees avrebbe vinto più Super Bowl e soddisfatto la primissima statistica a contare nello sport, quella dei titoli portati in bacheca. Ma come sempre, comprendere perché non l’abbia fatto consta di sapere qualche numero e usare una minima vena analitica.

La vena romantica, invece, ci avrebbe fatti piangere quella sera in cui i Buccaneers hanno scritto la parola “fine” per il texano. Perché anche se non avessimo pensato alla rivoluzione Breesiana nel football, non avessimo saputo che le sue difese gli hanno tolto ciò a cui lui ambiva, non avessimo pensato a tutti gli eventi avversi della sua carriera, istantaneamente avremmo capito di aver perso una grossa parte del motivo per cui guardiamo questo sport.

Dario Michielini

Segue il football dagli anni 90, da quando era alle elementari. Poi ne ha scritto e parlato su molti mezzi. Non lo direste mai! "La vita è la brutta copia di una bella partita di football"

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2 Commenti

  1. Quella non chiamata di PA vs i rams ancora grida vendetta. Peccato perché avrebbe potuto vincere di piu

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