Salvate il soldato Fangio

Parto dalla fine: nonostante le ore da head coach dei Denver Broncos Vic Fangio sembrano essere contate, voglio andare contro corrente e dire che per me non è arrivato ancora il momento di questa separazione. Attenzione: non dico che questo addio non debba esserci in alcun caso, ma nella maggior parte degli scenari non ritengo sia assolutamente giunta l’ora che questo accada.

Bene. Ora che avete letto l’Eugenio pensiero potete mandarmi a quel paese e chiudere l’articolo, nessuno vi dirà nulla. Per chi invece vorrà leggere il perché di queste motivazioni, eccoci.

Quando nel 2019 i Denver Broncos intervistarono l’allora defensive coordinator dei Chicago Bears, cosa che fecero un’altra decina di squadre praticamente, sembrava solo l’ennesima offseason in cui il guru difensivo sperava di poter finalmente sedere sulla sideline di una franchigia della NFL come head coach anziché coordinatore salvo poi rimanere deluso. Invece con un colpo un po’ a sorpresa Denver decise di puntare su di lui nonostante da tempo si vociferasse che alla franchigia del Colorado servisse un head coach dalla spiccata vocazione offensiva dopo il disastro di Vance Joseph.

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La scelta in realtà fu accolta con molto benestare dai tifosi e non solo perché la figura di Vic Fangio era rinomata oltre che reduce da una stagione esaltante con i suoi Chicago Bears al vertice dei ranking difensivi. Tale scelta fu operata probabilmente perché l’allora general manager dei Broncos aveva in mente di realizzare un sogno che sembrava tangibile: riportare Gary Kubiak sulla sideline dei Broncos, ma questa volta come offensive coordinator vista la sua volontà di ritirarsi dal ruolo di capo allenatore. Doveva ripetersi l’esperimento vincente del Super Bowl 50 con capo allenatore d’esperienza, Kubiak per l’appunto, e coordinatore dell’altro reparto di altrettanto livello Wade Phillips. Come sappiamo le cose poi non andarono in questo modo dato il successivo rifiuto dell’ex head coach dei Texans ed i Broncos ripiegarono su uno pressoché sconosciuto Rich Scangarello, allora quarterback coach dei 49ers.

Ripiegarono perché era evidente di come non vi fosse un feeling particolare tra l’ex San Francisco e lo stesso Fangio, due generazioni differenti, coordinatore praticamente impostogli dall’alto, vedi Elway. Al termine della prima stagione, pessima, ma in parte salvata dall’ultima striscia con Drew Lock che segnava un incoraggiante 4-1 grazie anche alla capacità dell’ex 49ers di adattare il suo gioco al rookie, arriva la scelta di dirsi addio e di ripiegare su Pat Shurmur.

Diciamocelo: quasi nessuno si sarebbe aspettato quello che sarebbe successo perché l’ex capo allenatore di Cleveland Browns e New York Giants aveva fatto male nei suoi stint da capo, ma da coordinatore aveva sempre avuto modo di dire la sua. Sembrava un netto passo avanti. Un miglioramento per guidare Drew Lock nel suo secondo anno in NFL. Francamente, e non mi preoccupo a dirlo, io ero tra quelli contentissimi di vederlo arrivare come coordinatore.

Quello a cui abbiamo assistito nel secondo anno tuttavia sono stati i notevoli passi indietro dal punto di vista del gioco, molto limitato, ed un quarterback totalmente fuori giri tanto da apparire un lontano parente di quello ammirato nell’ultimo scorcio della regular season precedente.

In tutto questo però la squadra si stava notevolmente arricchendo a livello di qualità e dal draft continuavano a giungere talenti capaci di entrare nelle rotazioni fin dal primo anno. Dalla free agency i giusti inserimenti senza snaturare la squadra. La pecca grande come una casa era ed è rimasta una sola: non aver puntato a prendere un quarterback che potesse permettere di alzare definitivamente l’asticella. La sensazione era che questo team fosse pronto e gli mancasse qualcosa. Avere un team come questo e non prendere un playmaker con la P maiuscola è un abominio, al pari di andare al Louvre e non vedere poi la Gioconda. Non sapremo esattamente la verità sul perché questa chiamata al draft non sia stata fatta, ovviamente il motivo è che sui nomi non c’era accordo. La scelta tuttavia la fa il General Manager e questa è stata prendere Teddy Bridgewater. Beh…

Arriviamo ad oggi con la stagione dei Broncos praticamente terminata, le speranze di playoff appese ad un lumicino talmente sottile che ho più speranze io di uscire con Belen Rodriguez, ed altra stagione buttata nel rusco. La terza per Fangio. Tante. Altri allenatori sono saltati per molto meno. Perché non dovrebbe essere così anche per lui?

Partiamo dalle sue colpe: la prima è assolutamente la totale incapacità di scegliersi uno staff di livello. Tom McMahon è probabilmente uno peggiori Special Team Coordinator della lega nonostante il suo reparto a fine anno risulti sempre in media perfetta tra i 32 team. Diciamo che le prestazioni del kicker McManus e la propensione al non tentare mai nulla, su termini di tentativi di ritorno giocando dunque stra-conservativo, lo porta a non rischiare nulla né nel bene né nel male quindi giocoforza ti pari il cosiddetto e statisticamente fai meglio di altri che tentano e sbagliano. Pat Shurmur invece è stata una scelta ancor più sbagliata. Quella su cui Fangio si era speso di più. Giocate ripetute all’inverosimile tanto che anche chi non segue assiduamente i Broncos sa perfettamente prima dello snap quale giocata il team farà in base al down che si sta giocando, la cocciutaggine di perseverare sui propri credo senza mettere mai in dubbio le proprie capacità o provare un qualcosa di diverso quando questo non funziona, mai la scelta di creare un playbook adatto sulla pelle di un quarterback diverso dal primo. Esempio lampante è la difficoltà in cui è stato messo Kendall Hinton contro i Saints nel 2020 quando tutti i quarterback Broncos erano in covid list: non ha un quarterback, metti uno trovato per strada, anziché proporgli giocate semplici lo ha messo in difficoltà con giocate tecniche di difficoltà elevate. Ovvio che quando ti ritrovi a dover lavorare con Teddy Bridgewater e Drew Lock ed ha un record che vanta almeno 7 vittorie potresti essere anche positivo, ma dopo arriveremo sul perché positivo non può essere. A Fangio va imputato anche la pessima gestione del play clock con giocate e timeout chiamati in momenti davvero insensati, oltre alla completa insensatezza dei challenge il cui risultato a ogni partita è chiaro: buttato su giocate la cui chiarezza è evidente. Quest’anno bisogna anche aggiungere la sensazione che con un piccolo passo in più, nonostante tutte le difficoltà, si potesse davvero arrivare ai playoff ma questo non è successo.

D’altro canto però bisogna prendere nota di una difesa di altissimo livello. Esattamente quello che ci si aspettava dalla sua esperienza. Ovviamente il ruolo di capo allenatore è altro, non ci si può soffermare solo al proprio angolo felice, cosa che invece ogni tanto il buon zio Fangio tende a fare crogiolandosi sugli allori e dando l’idea, in conferenza stampa, che se negli altri reparti le cose non vanno non è colpa sua. Tutti tutti i torti non li ha. Se lui è l’esperto difensivo ed il suo reparto rende, anche gli altri coordinatori dovrebbe fare ciò relazionandosi tuttavia con un superiore che è appunto l’ex Bears. A dar ancora più risalto al grandissimo livello della difesa dei Broncos è la media di punti concessa a partita pari a 17 quando nella lega si gira intorno ai 25/26 con la sensazione che si potrebbe fare ancora meglio se l’attacco stesse in campo più che un canonico 3&out. A suo favore anche la statistica di spread di punti calcolato in base alle medie avversarie che cade quasi sempre a favore della franchigia del Colorado. E questo livello lo ha raggiunto praticamente con una difesa di giocatori secondari o poco più. Con i nomi più importanti quasi sempre fuori per infortunio, la stagione dei Broncos sembrava definitivamente finita con la trade di Von Miller ai Los Angeles Rams ed invece la difesa è sembrata giovare da questa partenza. Il reparto linebacker, che poi è l’area di competenza di Fangio, ha perso anche Josey Jewell e AJ Johnson – sua piacevole scoperta dopo anni fermo a causa di accuse di stupro – ma ha poi trovato degli sconosciuti come Jonas Griffith undrafted da Indiana State che aveva girato senza successo le practice squad di 49ers e Colts con 13 tackle di cui 2 for loss nel match contro i Raiders, o Stephen Weatherly. Ha fatto esplodere Dre’Mont Jones quando sembrava ormai una causa persa ed ha reso un signor Nose Tackle quel buon tempone di Mike Purcell quando ormai girava la practice squad della NFL da una cinquina di anni. Insomma, la capacità di rendere una difesa come élite facendo le nozze con i fichi secchi. Permettendoti di investire buona parte del materiale pick per l’attacco. Lo vogliamo chiamare poco?

Tornando al discorso interrotto con Shurmur: si può reputare malvagia la stagione con 7 vittorie quando hai Bridgewater e Lock come quarterback? Si, perché se la difesa ti permette di giocarti le partite fino alla fine con punteggi bassissimi nonostante la grande difficoltà di segnare che nemmeno Mattia Destro ai tempi del Bologna fece cosi male, di colpe ne hai parecchie.

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Al termine di questa stagione dunque abbiamo negli occhi una difesa di spessore ed un attacco di bassissimo rango. Nella NFL e tra i tifosi c’è l’idea che un capo allenatore debba essere in grado di far rendere al meglio ogni singolo reparto, tuttavia per questa figura viene solitamente scelto un coordinatore offensivo o difensivo in base alle necessità della squadra. Quindi se si prende un coordinatore difensivo perché questo dovrebbe rispondere al 100% dei problemi offensivi o viceversa? È Fangio o chi per lui ad allenare l’attacco? No. Fangio sceglie il coordinatore offensivo che poi può fare bene o male. È un po’ come scegliere Nedo Sonetti come allenatore e pretendere che questo giochi un calcio stra-offensivo. Insomma… Ovvio che per creare una grande squadra bisogna fare le scelte giuste, ma non può essere una scelta sbagliata a bruciare tutto quello di buono fatto. Perché le possibilità di fare meglio esistono e si chiamano rimpasti. Per informazioni chiedere all’ultima decina di governi italiani se sanno cosa voglia dire quest’ultima parola.

Allo stato delle cose nella Orange Country si urla a gran voce ad un nuovo head coach dal background palesemente offensivo, ma qualcuno sta tenendo conto delle modifiche che un cambio del genere andrà ad apportare? Siamo sicuri che questa grandissima difesa che attualmente hanno in dote in Colorado possa rimanere tale e che un nuovo allenatore offensivo possa svoltare la squadra in attacco? Io non ce l’ho. Anzi…

Tralasciando i nominativi che stanno circolando già da qualche giorno come Jason Garrett, Leslie Frazier e Dan Quinn, tra l’altro questi due sono defensive coordinator, che mi stanno facendo accapponare la pelle, non vedo le basi per questo cambio.

Se Fangio avesse avuto questo team e Kirk Cousins come quarterback, non dico Aaron Rodgers o Russell Wilson, dico l’attuale playmaker dei Minnesota Vikings sarebbe stato assolutamente da cacciare se non avesse centrato i playoff. Senza nemmeno pensarci. Tuttavia lui non ha Cousins, ha Bridgewater e Lock. E’ stato capace insieme a John Elway prima e George Paton ora di formare un team giovane e di altissimo livello, ma la sua pecca è stata quella di non aver puntato a prendere un quarterback di livello. O meglio, probabilmente ci ha puntato – i tentativi per Deshaun Watson, Russell Wilson ed Aaron Rodgers non sono solo chiacchiere – ma non è arrivato ciò che desiderava. Tuttavia, nonostante si fosse trovato con questo materiale come playmaker è stato in corsa per i playoff fino a domenica e probabilmente lo sarebbe ancora se l’ex Carolina Panthers non si fosse infortunato nel match contro i Cincinnati Bengals.

In questo momento per i Broncos le strade da percorrere sono tre: prendere un quarterback esperto e di livello tramite trade o free agency, scegliere un prospetto al prossimo draft o andare avanti con il nulla cosmico come playmaker.

Se la scelta ricade sulla seconda, cioè quella di prendere il prossimo quarterback al draft la scelta deve essere assolutamente quella di cacciare Vic Fangio. Lo dico a malincuore, ma se la scelta è quella di draftare non si può attendere per effettuare un cambio di gestione perché l’abbinamento quarterback head coach deve essere fatto ad hoc e farlo con un allenatore ultra sessantenne, a imminente rischio in caso di ulteriore flop, è assolutamente impensabile e comporterebbe solo l’ennesimo fallito tentativo di scelta di un quarterback dopo Brock Osweiler, Paxton Lynch e Drew Lock.

Negli altri due casi invece la scelta deve essere quella di confermare l’ex Bears. In caso di presa di un quarterback di livello ti ritrovi in casa un capo allenatore che già conosce l’ambiente, con una difesa solida, che non ha ambizioni di dover imporre il suo credo per non bruciarsi l’occasione – sono in tanti a fare di testa propria perché devono dimostrare di meritare di essere lì – che ha in mano di essere capo allenatore: Fangio sa perfettamente che questa è la sua ultima occasione. Nel caso invece si finisse con un pugno di mosche tanto vale andare avanti con Fangio. Anche perché qualcuno ha la certezza che altri con Teddy avrebbero fatto meglio? Non credo. Chiedere a Rhule e ai Panthers.

I tre anni di “fallimenti” inoltre pongono l’ex Bears nella condizione di non aver un potere così forte, quindi un tavolo di confronto a più mani tra lui e George Paton potrebbe portare ad una scelta meno univoca ma più ponderata su eventuali nuovi coordinatori a cui affidarsi.

Insomma: salvate il soldato Fangio! Si merita una stagione con una squadra realmente meritevole di una corsa ai playoff e non di essere silurato senza essere mai stato messo in condizione di puntarci veramente.

Ovviamente tutto questo dipenderà dalla situazione societaria in casa Broncos. Qualcosa bolle in pentola ma non è chiaro se accadrà nel 2022 o nel 2023. Diciamo che il futuro di zio Vic è legato anche a questa situazione prima che possa tornare dalle spiagge della Normandia alla sideline del Mile High Stadium.

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Eugenio Casadei

Appassionato di calcio (Bologna) e trekking, segue il football assiduamente dal momento in cui vide giocare Peyton Manning con la maglia orange di Denver, divenire tifoso Broncos una naturale conseguenza. Scrive la rubrica settimanale "Indiscrezioni di mercato NFL" in offseason e la "Top Ten" in regular season con grande divertimento e passione.

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Un Commento

  1. Forse la decisione di cambiare l’allenatore è dovuta anche alla situazione societaria e al prossimo cambio di proprietá.
    Gli attuali dirigenti dei Broncos, se vogliono conservare il posto, devono dare un segnale di discontinuitá rispetto agli ultimi anni.
    In questo senso è possibile prendano un allenatore offensivo e cerchino di arrivare a un qb di prestigio oppure un primo giro al draft.

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