La caduta di Jon “Chucky” Gruden

Nota: questo articolo contiene dei termini che potrebbero turbare qualcuno, ma che era necessario riportare per dovere di cronaca.

I remake quasi mai sono all’altezza dell’originale e la fine dell’avventura 2.0 di Gruden ai Raiders lo conferma ancora una volta. In tre anni completi più cinque partite di controllo assoluto sulla squadra il bilancio dice 22 vittorie e 31 sconfitte e una lunga serie di scelte opinabili.

Ma non siamo qui a parlare di football.

Negli anni era circolato spesso il nome di Gruden quando la squadra doveva fare un cambio di head coach, ed è successo spesso nell’ultimo ventennio, e una parte della tifoseria era pronta ad accoglierlo a braccia aperte. D’altronde Chucky era stato forse l’ultimo head coach carismatico dei nero-argento, quello che urlava sulla sideline come John Madden, quello che imprecava contro gli arbitri se non condivideva la chiamata, quello che sapeva darti la carica. Io ero scettico, non tanto perché lo ritenessi ormai superato come head coach – ero certo che avesse continuato a studiare il football anche se era ormai un commentatore televisivo da dieci anni – ma perché avevo paura delle sue scelte sul personale. Era chiaro che se avesse accettato di tornare ad allenare avrebbe preteso pieno controllo, ed era altrettanto chiaro che Mark Davis glielo avrebbe concesso. Gruden aveva fatto bene ad Oakland in una squadra dove era Al Davis a muovere i fili, aveva vinto un Super Bowl con i Buccaneers con una squadra costruita da Tony Dungy e Rich McKay, ma poi quando aveva acquisito potere aveva fatto scelte sbagliate e riportato ben presto la squadra della Florida verso l’anonimato.

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L’impressione, dopo l’ufficializzazione del suo ritorno in nero-argento, era che Gruden fosse la controfigura di sé stesso, che stesse cercando di imitare il Gruden-Chucky per riportare forzatamente le lancette indietro ma che si rendesse conto di non star riuscendo nell’intento.

Ma non siamo qui a parlare di football.

Lunedì è stata una giornata per me particolarmente pesante per motivi familiari, e così finita la cena sono andato a letto presto. Al risveglio la bomba: Gruden aveva dato le dimissioni e Mark Davis le aveva accettate, la squadra era stata messa in mano all’interim head coach Rich Bisaccia.
Avevo sentito della email del 2011 contenente un riferimento dai toni razzisti diretto contro l’Executive Director della NFLPA DeMaurice Smith e sapevo che erano circolate anche altre email dal contenuto discutibile, ma non avevo ancora letto l’articolo del New York Times.

La prima sensazione, dopo aver letto l’articolo, è stata la forte delusione. Mi sono sentito tradito. Che mi piacesse o meno come head coach, Gruden era la faccia della squadra che tifo ed amo, e quel modo di esprimersi non solo era da condannare come sbagliato nella nostra società, ma era anche uno schiaffo alla tradizione di apertura e inclusione che ha sempre contraddistinto i Silver & Black. Non voglio soffermarmi troppo sulla filosofia di Al Davis; è noto che sotto la sua guida i Raiders abbiano avuto il primo head coach latino a vincere un Super Bowl, il primo allenatore nero dell’era moderna e la prima donna CEO; quelle persone non erano latini, neri, donne… erano Raider, ed erano state assunte per il loro valore e il contributo che potevano dare.

E’ un po’ anche il mio modo di approcciarmi alla vita. Al mondo ci sono così poche persone di cui ti puoi fidare che se dovessi escluderne qualcuna per via del colore della pelle, dell’orientamento sessuale, della religione che professano ecc rischieresti di ritrovarti da solo in mezzo ad un branco di lupi. Sono una persona dai tanti peccati, ma faccio il possibile per comportarmi in maniera tale che le persone possano fidarsi di me, che mi possano rispettare.

Nelle sue email, che sono state raccolte durante l’indagine partita dalla denuncia di diverse donne che lavoravano per i Washington Redskins sull’ambiente di lavoro profondamente misogino, Gruden spazia su vari campi del mondo NFL. Dalle trattative per il rinnovo del Collective Bargaining Agreement tra NFL e NFLPA nel 2011, con lo spettro di uno sciopero che avrebbe potuto far saltare la stagione, all’ingresso di donne nelle crew arbitrali, dalla scelta al Draft di Michael Sam, il primo giocatore apertamente gay a tentare di entrare tra i professionisti, alle misure della lega per aumentare la sicurezza, che stavano cambiando il football eliminando parte della violenza che aveva reso famoso lo sport, alle proteste contro la brutalità della polizia che avevano portato alcuni giocatori ad inginocchiarsi durante l’inno nazionale.

Gruden è sempre stato un uomo focoso, dalla parolaccia facile, ed era facilmente prevedibile che delle sue email su temi controversi potessero contenere un linguaggio colorito. Ma quello che emergeva dall’articolo del New York Times era ben più di questo.
Non so se Gruden sia razzista, misogino o omofobo… So che questa frase scopre il fianco a chi vede tutto o bianco o nero – e che quindi pensa che se usi termini razzisti, omofobi, misogni allora per forza lo sei – ma io vedo anche tante sfumature di grigio e spero che abbiate la bontà di seguirmi oltre quella frase.

Quando Gruden era alla prima avventura con i Raiders non seguivo molto ciò che avveniva fuori dal campo, ero già fortunato se riuscivo a vedere la partita. Non ricordo quindi le sue interviste. Discorso diverso per il suo ritorno; con Internet e una decisamente maggiore dimestichezza con l’inglese non ne ho persa una. L’impressione che avevo di Gruden era di un uomo che spesso non diceva la verità, e che per di più non era particolarmente bravo a mentire. Ma d’altronde stava parlando con dei giornalisti e poteva avere le sue ragioni per non voler condividere quello che avveniva dietro le quinte, le vere ragioni dietro alla scelta di liberarsi di Khalil Mack o di Amari Cooper, il suo rapporto con il General Manager Mike Mayock, ecc. D’altronde così fanno i politici, ti dicono solo quello che vogliono dirti e sei tu che devi essere bravo a capire cosa davvero pensano.

Chi è il vero Gruden? Questa domanda mi frulla in testa da quando sono uscite quelle indiscrezioni sulle sue email.

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Una cosa è certa, Gruden sapeva essere padre e padrone. C’era sicuramente chi lo odiava tra i suoi ex giocatori, ma molti avevano stretto con lui un ottimo rapporto di fiducia e di amicizia. Derek Carr non lo ha mai nascosto, e lo ha ribadito anche nella conferenza stampa successiva alle dimissioni di Gruden.

Non parlo in quella maniera. I miei figli, una cosa è certa, non parleranno mai in quella maniera, ed è dura perché voglio molto bene a quell’uomo. Ci sono membri della mia famiglia che hanno commesso degli errori, io ho commesso degli errori e sono grato che mi vogliano ancora bene. Penso che coach abbia bisogno di persone che lo aiutino, che gli stiano vicino e gli vogliano bene come possono. Ma allo stesso tempo, quel che è giusto è giusto e quello che è sbagliato è sbagliato.

Accusa di razzismo

Quando era uscita la notizia della offesa diretta a DeMaurice Smith – Gruden sottolineava che l’Executive Director della NFLPA aveva le labbra grandi come pneumatici Michelin calcando sul vecchio stereotipo razzista delle labbra pronunciate dei neri e metteva in dubbio la sua intelligenza – si erano alzate le voci di persone di grande sensibilità e personalità come Charles Woodson e Tim Brown, che avevano detto che in tanti anni con Gruden non avevano mai avuto la benché minima impressione che il coach avesse convinzioni razziste.

E di razzismo, se leggiamo bene l’articolo del New York Times senza essere accecati da voglia di giustizialismo non ci sono molte altre tracce. E’ ovviamente possibile che altre email di Gruden non siano trapelate alla stampa, e che nascoste da qualche parte ci siano altre gravi esternazioni da condannare, ma al momento ci dobbiamo basare su quanto è noto.

Gruden si era scusato, cercando anche di mettersi in contatto con Smith, dicendo che era arrabbiato per la possibilità di uno sciopero e che vedeva Smith come una delle cause dell’impasse che rischiava di costare il lavoro a tanti giocatori e coach.

Per quanto deprecabile fosse stata la scelta di parole e inaccettabile la caduta di stile, la spiegazione di Gruden poteva anche valergli una semplice ammonizione se accompagnata da delle sentite scuse e da un confronto sincero con Smith. Quando siamo arrabbiati contro qualcuno a volte usiamo toni o parole di cui ci pentiamo successivamente. Se siamo arrabbiati con una persona bassa magari lo attacchiamo chiamandolo “nano”, una persona in sovrappeso la etichettiamo “grassone”, di una donna non particolarmente attraente diciamo “befana”. In quel momento non stiamo pensando al body shaming, siamo solo arrabbiati e ci concentriamo su un qualcosa che offenda o faccia sentire “in difetto” quella persona.
Non è una scusante, non vuole esserlo. Ma sappiamo essere bestie, chi più chi meno, se non ci sforziamo di essere delle persone migliori e ci lasciamo prendere la mano.
Ma il faldone su Gruden non conteneva solo quella email, c’era di più. L’articolo del Times non era per nulla soddisfacente, non presentava i testi delle email – cosa che mi avrebbe permesso di farmi una mia idea precisa – ma spesso solo una parafrasi dell’autore.

In almeno una delle email, a quanto riporta il Times, l’argomento di discussione sono le proteste durante l’inno nazionale, con alcuni giocatori che si inginocchiano per denunciare le gratuite violenze della polizia sulla popolazione nera. Non è noto il testo integrale, ma il fatto che Gruden dica che l’ex safety dei 49ers Eric Reid dovrebbe essere licenziato la dice lunga sull’apertura mentale dell’allora analista di ESPN. Si può essere d’accordo o meno con il gesto di inginocchiarsi, non ritenere che il momento dell’inno sia quello più giusto per lanciare messaggi, ma l’uso del termine “licenziare” è significativo. Non supportare la protesta o non comprenderne a pieno le ragioni fanno necessariamente di Gruden un razzista? Io ritengo di no, ma mi chiedo: avere questa idea estrema di licenziare un giocatore che protesta per una causa in cui crede come si sposa col fatto che devi mantenere un equilibrio nello spogliatoio che guidi?

Il Times cita poi delle critiche ad Obama in una email del 2012. Un cittadino non è forse libero di criticare un politico? Immagino che se Gruden avesse nella email rivolto ad Obama insulti razzisti l’articolo non avrebbe mancato di sottolinearlo.

Accusa di misoginia e di mancanza di rispetto per le donne

In maniera un po’ bigotta, l’articolo parla inoltre di pornografia, ma poi ridimensiona decisamente i toni dicendo che parte della corrispondenza conterrebbe foto di donne mezze nude (senza la parte superiore del bikini). Il Times butta sul tavolo questa informazione ma non specifica il tenore dei commenti relativi a queste foto, quasi a voler solo contribuire a sporcare ulteriormente l’immagine ormai già abbastanza compromessa di Gruden. Per citare un saggio, “migliaia di persone sono andate subito a cancellare il contenuto delle loro chat del calcetto”.

Tra le foto, una mostrava due cheerleader dei Redskins a seno scoperto e qui la questione si imbruttisce visto quello che si è successivamente scoperto accadere nell’ambiente della squadra di Washington, con le cheerleader costrette a posare per le foto del calendario non solo davanti al fotografo e ad un ristretto staff ma davanti anche ad un selezionato gruppo di amici della dirigenza. Alle cheerleader era richiesto di posare in topless anche quando la foto in sè non lo rendeva necessario e venivano a loro insaputa realizzati dei filmini non ufficiali con gli spezzoni dove le nudità erano esposte.
L’accusa di misoginia del Times è abbastanza flebile, si limita ad un commento “Ben fatto Roger”, che Gruden manda come risposta ad un meme sessista riguardante una donna arbitro.

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Accuse di omofobia

Questa è la parte che fa più male di tutta la vicenda, perché una cosa è certa, Gruden aveva l’abitudine di usare termini omofobi. Questo fa di lui un uomo piccolo piccolo.

Dal “faggot” (frocio) e “clueless anti football pussy” (che potremmo tradurre liberamente con femminuccia che senza cognizione di causa sta rovinando il football) diretto al Commissioner NFL Roger Goodell al “queer” indirizzato a Michael Sam. Da quel che si evince, il destinatario delle ire di Gruden non era tanto Sam quanto proprio il Commissioner, in più occasioni accusato di star snaturando il gioco del football con modifiche del regolamento che in nome della sicurezza dei giocatori avevano reso illegali colpi che fino a quel momento erano stati la base del football e che fino a pochi anni prima erano addirittura esaltati negli highlight prodotti o autorizzati dalla NFL stessa. La lega stava attraversando una tempesta epocale legata alle commozioni cerebrali, all’emergere di preoccupanti studi sulla encefalopatia traumatica cronica (CTE) e Gruden non era d’accordo con la direzione in cui stava andando il mondo del football perché riteneva che si stesse diffondendo tra i genitori una forte paura sulle conseguenze del giocare a football che avrebbe portato all’allontanamento da questo sport di tanti giovani.

Magari Guden non è omofobo, forse è solamente un ignorante bigotto cresciuto in un ambiente dove usare certi termini era “normale”. Il mondo del football per tanto tempo ha coltivato una cultura machista. Non è una scusante, non vuole esserlo. L’utilizzo di questi termini va condannato senza se e senza ma e che Gruden sia omofobo o meno non cambia di una virgola il giudizio su di lui.

Tante persone hanno però testimoniato di non avergli mai sentito usare certi termini, e allora perché in questi scambi di email era così a suo agio nell’usarli? Si rinforza la necessità, nella mia testa non solo di tifoso ma di uomo tradito da una figura che doveva essere un leader, di trovare la risposta alla domanda: qual è il vero Gruden?

Conclusioni

Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, è giunto il momento di arrivare alle conclusioni.
Gruden era alla guida di un gruppo composto da un’alta percentuale di neri e da un giocatore che solo questa estate si era sentito abbastanza a suo agio da dichiarare di essere gay. Le email di Gruden, inviate all’allora presidente dei Redskins Bruce Allen tra il 2011 e il 2018, hanno fatto precipitare a zero la sua credibilità come leader.

I learned a long time ago what makes a man different is what makes him great

Gruden aveva accolto il coming out di Carl Nassib dicendo che aveva imparato da tempo che quello che rende un uomo differente contribuisce a renderlo grande. Che credibilità hanno queste parole dopo che vengono fuori delle email di un passato tutt’altro che remoto in cui per offendere una persona la etichetti come “frocio” o come “checca”? Nassib si sentiva in un ambiente protetto, e che Gruden sia omofobo o meno l’head coach ha tradito il suo giocatore.

 

“I giovani che fanno parte della comunità LGBTQ hanno un rischio cinque volte superiore ai coetanei eterosessuali di considerare l’idea di suicidarsi” aveva postato Nassib su Instagram come commento al video in cui annunciava di essere gay. “Ci son studi che dimostrano che basta un adulto che dimostri di accettarti per diminuire del 40% il rischio che un giovane LGBTQ tenti il suicidio. Che tu sia un amico, un genitore, un coach, un compagno di squadra – tu puoi essere quella persona”.

Nassib ha chiesto ed ottenuto un giorno di permesso per riflettere su quanto accaduto ed ha saltato l’allenamento di mercoledì.

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Combattere razzismo, misoginia o omofobia non significa solamente dialogare con chi apertamente ritiene di essere nel giusto nel trattare come inferiori persone che hanno un colore della pelle diverso, le donne o gli omosessuali. Combattere queste aberrazioni significa anche lavorare per cambiare un modo di comunicare sbagliato e ignorante che ancora impregna larghe fasce di popolazione. Prendere posizione, far capire a queste persone che una parola può fare male e può minare l’equilibrio magari già precario del prossimo sono piccoli passi che potranno portare risultati sul lungo periodo e rendere la società più inclusiva e giusta.

Gruden ha sbagliato ed è giusto che si assuma la responsabilità dei suoi errori. Pretendere le sue dimissioni era sacrosanto, non solo come punizione ma anche per la totale perdita di credibilità come leader dello spogliatoio. Che gli sponsor taglino i ponti ed annullino i contratti pubblicitari è altrettanto comprensibile.
Gruden si è condannato con le sue mani e con le sue parole, mancando di rispettare i suoi stessi consigli:

https://twitter.com/mickakers/status/1448385722453401600

“Devi stare attento a quello che posti, perché a volte c’è il rischio del ritorno di fiamma. Non è diverso dal parlare ad un microfono. Sei responsabile delle tue azioni”.

Al rogo, al rogo

La carriera di Gruden è quasi certamente finita. Difficile che qualcuno decida di dargli una nuova chance come allenatore – e francamente vista l’età e il fallimento del suo ritorno sulla sideline è improbabile che lui sia interessato a rimettersi in gioco – e difficile che anche dopo un percorso di “redenzione” gli si aprano nuovamente le porte della TV. Ma etichettare Gruden come un mostro, a meno che non venga fuori dell’altro, e cancellare la sua effigie e il suo ricordo è a mio parere una esagerazione e un errore. Questo episodio deve essere da stimolo per aprire un dibattito, per capire, per discutere. I roghi non servono a nessuno.

La EA Sports ha comunicato che cancellerà il nome e l’immagine di Gruden dal videogioco Madden. Poi c’è l’azione dei Buccaneers…

 

I Buccaneers avevano inserito Jon Gruden nel loro Ring of Honor nel 2017, e dopo lo scandalo delle email lo hanno rimosso. Il comunicato della squadra trasuda – consentitemi di dirlo apertamente – ipocrisia. Non ha avuto nessun peso, caro Glazer, il fatto che in una delle email che sono trapelate Gruden parlando male di te abbia aggiunto che potevi “succhiargli l’uccello”? (senza ulteriori dettagli io lo leggo come un “baciami il culo” e trovo forzato il modo in cui il New York Times ha usato questa email per calcare sull’argomento omofobia, ma questa è una mia opinione). Per carità Glazer, hai tutto il diritto di essere deluso e arrabbiato e di voler cancellare Gruden, e puoi dirlo apertamente senza nasconderti dietro all’essere paladino di giustizia, diversità e inclusione.
Ah, by the way, Warren Sapp è ancora saldamente nel Ring of Honor e Antonio Brown sta ricevendo TD pass.

Il circolo degli amici

Non posso che chiudere con una considerazione sulla NFL.

Visto che le email di Gruden, che non fa mai male ribadire che condanno apertamente e che non mi dispiace siano saltate fuori, contenevano a detta del Times non solo insulti contro Goodell ma anche contro diversi proprietari di squadre NFL, il sospetto che si sia voluta mettere in atto la più classica delle vendette è lecito. Nulla toglie al peccato di Gruden, ma la puzza è difficile da non sentire.

Quelle email sono solo una porzione di un archivio di oltre 650 mila email che la lega ha esaminato a seguito dell’inchiesta sui Redskins partita da accuse molto gravi. La NFL non ha però apparentemente nessuna intenzione di rendere pubblico il risultato di queste indagini e si dice che la dirigenza degli attuali Washington Football Team abbia tentato di recente di pagare il silenzio delle ex impiegate per mettere tutto definitivamente sotto il tappeto.
La lega sta coprendo Dan Snyder? Uno dei soci del circolo ristretto di potenti? Finché si marcerà a due velocità, severi con i deboli e morbidi con i forti non si arriverà lontano.
Gli avvocati che rappresentano le ex impiegate della squadra chiedono a gran voce che venga aperto l’archivio delle email raccolte.

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Mako Mameli

Appassionato di football americano fin dall'infanzia, gioisce e soprattutto soffre con i suoi Raiders e aspetta pazientemente che la squadra torni a regalargli qualche soddisfazione, convinto che sarà ancora in vita quando Mark Davis solleverà il quarto Lombardi Trophy. Nel tempo libero gioca a flag football e mette in pratica gli insegnamenti di Al Davis lanciando lungo ad ogni down... peccato che abbia una percentuale di completi peggiore di quella di JaMarcus Russell.

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3 Commenti

  1. Gruden era un dinosauro. Diciamo “una head”. Non sta da solo. Purtroppo, come , NFL sta crollando lentamente. ⏳

    Caro Mameli…ha scritto molto bene. Grande!

  2. Accetto il tuo punto di vista, ma personalmente già dal colpo di fortuna che ha avuto a tampa l’ho sempre giudicato un piccolo uomo, non razzista o altro, ma solo un ignorante.

  3. Intanto Gruden un Superbowl l’ha vinto, voi altri politicamente corretti (sic!)che lo criticate tanto,che avete vinto nella vostra vita sportiva?

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