High School Football, le luci del venerdì sera – 3° parte

Il football americano che conosciamo meglio è quello dei professionisti NFL e dei College NCAA, sappiamo meno del livello inferiore, di quello che succede nelle High School e di come funziona il passaggio dalla scuola superiore al college. In quattro articoli che saranno anche raccolti in un ebook vi racconteremo il cosiddetto Friday Night Football.

LA GEOGRAFIA DEL PREP FOOTBALL E L’INDULGENZA DELLE SCUOLE

E’ innegabile che anche la geografia di questo football sia cambiata, così come è cambiata quella del college football per tantissimi fattori. California, Florida e Texas hanno preso il posto di aree geografiche storiche come l’Ohio. L’andamento delle squadre di football rispecchia mediamente il talento che esse incamerano e sviluppano, tanto che, guardacaso, i tre stati che fornivano nel 2015 più giocatori alla NFL erano California (224), Florida (186) e Texas (147).

Anche il numero di giocatori NFL suddivisi per provenienza delle scuole grossomodo conferma quanto scritto sopra, ma ci porta un dato ancora più interessante: atleti usciti da scuole californiane in NFL 215 (nove in meno di quelli nati in California), atleti usciti da scuole della Florida in NFL 205 (+19), atleti usciti da scuole texane in NFL 172 (+25).

Questo sembra testimoniare quello che può definirsi una migrazione di talenti, e che è visibile nei due schemi che vi propongo qui sotto.

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NFL_2014-18

NFL_2014-14

Ragazzi giovani e talentuosi scelgono di spostarsi in scuole che fanno dello sport la loro eccellenza per avere più mezzi di crescita e più visibilità. Nel 2011 uscì un documentario di poco meno di 2 ore di Daniel Lindsay e T.J. Martin dal titolo “Undefeated” (Oscar 2012 come miglior documentario) che seguiva le vicende di un gruppo di ragazzi della Manassas High School di cui uno ospitato da un assistente coach; è solo l’esempio più vicino a noi di una pratica diffusa, che ha radici addirittura a metà del ‘900 quando Stamford, già nel 1959 faceva ospitare nelle caserme dei vigili del fuoco gli “studenti” fuori sede per assicurargli la residenza e quindi poterli regolarmente schierare.

Oppure, più recentemente, la vicenda di Michael Oher, su cui si basa il film “The Blind Side (nomination all’Oscar 2010) è quella di un ragazzo di scarsi mezzi “adottato” da una famiglia che gli permette di frequentare una scuola adatta alle sue potenzialità da atleta; o quella di Michael Dyer, attuale stella della Champions Indoor Football e uomo chiave del titolo NCAA di Auburn, che fu di fatto adottato da Harrison Mosley che lo portò in giro per l’Arkansas per concedere a lui e suo figlio Dakota Mosley la possibilità di giocare a football scolastico ad alti livelli.

D’altronde, come non poter ragionare in termini di visibilità quando ci sono scuole come la St. Thomas Aquinas di Fort Lauderdale, che ha vinto sette titoli della Florida negli ultimi 10 anni, o la Bishop Gorman, che spadroneggia in Nevada da cinque anni e fino al 2017 era considerata la miglior squadra della nazione? Come non tenere conto che queste squadre passano per televisione, ricevono titoli sui giornali, hanno la possibilità di essere viste da tifosi e soprattutto più spesso analizzate nei dettagli dagli scouter, aumentando a dismisura la possibilità di essere notati?

Così come è uso già da decine e decine di anni per i College che reclutano ovunque nella nazione pur di avere il meglio, così capita in misura minore anche nelle scuole superiori, e non tralasciamo che gli schemi proposti sopra rappresentano solo i “grandi” spostamenti da stato a stato, ignorando gli spostamenti interni ad ogni territorio. Vanno inoltre ricordati anche gli spostamenti nel corso della vita scolastica, non infrequenti quando si tratta di ricerca dell’eccellenza sportiva.

Nel 2018 il trasferimento di studenti-atleti tra high school è stato definito dalla associazione delle High School del Michigan un “problema cronico” e proprio la California per mano della sua California Interscholastic Federation ha votato un significativo cambiamento delle sue regole sui trasferimenti, di fatto smantellando l’ipocrisia che i trasferimenti non fossero mai legati allo sport, e votando una nuova legislazione che permetterà gli spostamenti per “athletically motivated reasons” che permetteranno al ragazzo di rimanere fermo solo metà stagione e non una intera come nel passato.

Sia chiaro, ho volutamente parlato sempre di “eccellenza sportiva” perchè periodicamente emergono atteggiamenti indulgenti di alcune scuole nei confronti dei propri giocatori più rappresentativi, in modo da non ostacolare troppo il loro percorso sportivo con questioni prettamente educative.

Parto da quello che forse è l’esempio più conosciuto e più lampante di questo aspetto, ovvero il libro del giornalista del Philadelphia Inquirer H.G. Bissinger dal titolo “Friday Night Lights: A Town, a Team, and a Dream“, partito come una sorta di agiografia di una pretendente al titolo del Texas del 1988 (lo vinse l’anno successivo) e finito per diventare un odiato capolavoro di critica non solo dei metodi sportivi ma anche degli aspetti sociali del profondo Texas. Attenendosi al tema degli aggiustamenti scolastici, nel libro si fa chiaro riferimento al fatto che, ad esempio, alla Dallas Carter si permettesse agli studenti di saltare le lezioni per prepararsi meglio agli allenamenti, mentre la Permian High disvelò una alquanto ingiusta spesa per attrezzature sportive rispetto alla spesa per le altre voci educative, grazie alle generose offerte dei cosiddetti booster, persone con disponibilità di denaro che contribuiscono al miglioramento delle strutture scolastiche locali.

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Ma FNL non è che l’esempio che ha trovato maggior eco mediatico di quanto il football nelle scuole superiori possa arrivare a distorcere la normale vita scolastica dei ragazzi. Molti giornalisti confermano peraltro che il Texas abbia un atteggiamento verso il football che non ha eguali negli Stati Uniti, confermato anche dal nostro compatriota Roberto Gotta nel suo “Football & Texas. Storie americane”. Nel libro di Gotta si possono trovare molti spunti sia sugli albori del football in Texas sia sul suo sviluppo negli anni successivi, collegato allo sviluppo economico dello stato della Stella Solitaria.

Un ritratto che lascia intravedere grande amore per l’argomento, ma che non lascia indietro gli aspetti più negativi di un trasporto per la high school come il travalicare nel fanatismo quando le comunità ed i booster locali non vedono il necessario impegno nei ragazzi della locale squadra scolastica; o quando i giocatori-eroi locali si trovano compiti fatti da compiacenti compagne di classe, pranzi e cene pagate nei ristoranti locali oppure “arrotondano” durante le vacanze estive in qualche impresa di finanziatori locali.

Il football in Texas assurge a livello di religione tanto da divenire culla di comportamenti criminali come l’assemblaggio della suddetta Dallas Carter che primeggiava a fine anni ‘80 nonostante (o grazie a) giocatori di istinto criminale che venivano aiutati con test di algebra taroccati ma che non poterono nulla dopo l’intervento della polizia causa sei rapine a loro collegate. Sebbene il preside Clarence C. Russeau si disse estraneo alla situazione, emerse il suo coinvolgimento quando decise di spostare uno dei giocatori più rappresentativi, Gary Edwards, a rischio bocciatura in algebra, da un corso di un professore troppo rigido a un corso di algebra con insegnamento speciale che miracolosamente curò i suoi problemi, abbiamo poi capito come.

O il caso di uso di steroidi che colpì la Colleyville Heritage nella prima metà del 2000 quando alcune dichiarazioni dei giocatori portarono alla scoperta di un uso vasto (sette giocatori in tutto) e probabilmente avallato dagli allenatori, sebbene non da coach Chris Cunningham. E più tardi la Carroll High di Southlake imbattuta nella stagione 2004 è considerata una delle migliori scuole di quell’anno da riviste specializzate come USA Today. Oppure ancora, come le cheerleader della McKinney North High School che 2007 terrorizzavano la scuola con i loro comportamenti completamente fuori dalle regole anche grazie al fatto che una di loro fosse la figlia del direttore.

Negli ultimi anni inoltre è emerso un nuovo filone di comportamenti che ha destato molta indignazione ovvero gli atti di “nonnismo”, che in inglese vengono resi col termine “hazing” nei confronti dei nuovi membri della scuola e non sfugge a questa ondata nemmeno il football dove la pratica viene messa in atto tra compagni.

Questa “tribalizzazione” dei rapporti tra studenti ha sollevato l’ultimo episodio pochi giorni fa alla Davidson High School, in Mobile, Alabama dove gli onnipresenti cellulari hanno ripreso il pestaggio di una matricola della squadra da parte di un compagno più grande. Ma nell’andare indietro troviamo simili situazioni alla Lake Zurich High School in Illinois e alla Chandler Hamilton appena l’anno scorso, alla Philomath High School in Oregon nel 2016; la Sayrville War Memorial High School del New Jersey e la Central Bucks West High in Pennsylvania nell’ottobre del 2014.

Ovviamente la diffusione degli smartphone non fa che rendere più facile la documentazione di questi fenomeni quindi non necessariamente stiamo affrontando un periodo in cui “ci si picchia di più” fra compagni, ma semplicemente che il fenomeno viene portato più spesso sotto i riflettori, purtroppo quasi mai dallo staff tecnico.

L’INTEGRITA’ FISICA

Prima si diceva di steroidi. Grisham nel suo “L’allenatore”, dedicato all’high school football, ha sottolineato come il gioco di high school sia cambiato anche come fisicità dei giocatori, e se i tackle di scuola superiore negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso difficilmente superavano le 175 libbre (circa 80 chili), oggi possiamo trovare OL già di 240-250 libbre (110-115 chili). Il condizionamento fisico è diventato elemento imprescindibile per questo sport, e viene implementato tutto l’anno con sessioni importanti di sala pesi su fisici di ragazzi di 16, 17 o 18 anni. Aspettarsi che alcuni giocatori facciano uso di sostanze per migliorare il rendimento ed aiutare l’aumento di massa non è cinico ma almeno obiettivo. In fondo gli allenamenti sono duri, il gioco è duro e la prestanza fisica è fondamentale, seppur declinata rispetto ai vari ruoli che nel football americano, più che in altre discipline, sono molto variegati.

Allo stesso modo, così per altri sport di squadra un po’ in tutto il mondo, viene curato l’aspetto della resistenza allo sforzo. Gli allenamenti primaverili ed estivi da sempre sono quelli che mettono a dura prova i ragazzi e non raramente sono il contesto in cui avvengono morti improvvise. Nel già nominato Texas fino a qualche anno fa tra gli allenatori era in voga l’adagio che “l’acqua è per i deboli”, ovvero che la reidratazione non fosse importante durante gli sforzi degli allenamenti estivi. I maschi caucasici sono i soggetti più a rischio perchè la voglia di partecipare supera l’attenzione ai prodromi di questi eventi legati ad esempio a cardiopatie. Ogni anno circa una ventina di atleti americani tra high school, college e professionismo, muoiono di quella che viene definita “sudden death”, il 62% è atleta di high school, il 65% di questi è maschio.

Friday-Night-Lights

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La morte di uno studente atleta lascia sempre dietro di sé un dolore che invita tutti a chiedersi come possano essere evitate queste situazioni, ma la risposta è difficile ed anche un autore come Grisham trasforma le conseguenze di un momento come questo come una sorta di ingiustizia per quelli ritenuti responsabili.

E’ chiaro comunque che il football non è uno sport da prendere con leggerezza e chiunque lo pratichi deve avere bene a mente i rischi che comporta, nell’immediato e nel lungo periodo. L’aumento del peso medio dei giocatori, unito all’aumento dell’atletismo porta ad un aumento quasi cubico della pericolosità degli impatti tra giocatori, all’ordine del giorno in questo sport, le concussion certificate in high school sono circa 11,2 per ogni 10.000 tra gare e sedute di allenamento, ed ammontano al 47% di tutte quelle che occorrono agli sportivi adolescenti americani, ed in generale la fascia 15-17 è quella più segnata negli States dalle concussion che colpiscono 18,8 adolescenti ogni mille. In un articolo di un paio di anni fa del mai abbastanza compianto magazine Grantland, si prendeva come punto di partenza la morte del 17enne Evan Murray della Warren Hill per un discorso più generale sulle morti in campo che in quel mese di settembre 2015 erano già state tre e che nel triennio 2012-2014 erano state tredici.

Il succo distillato in un articolo che lo riprendeva era che le morti erano in gran parte causate da eventi di gioco che più piacevano al pubblico, quelle “big hit” che fanno fare WOW agli spettatori e fanno saltare dalla sedia, e che proprio perchè fanno parte di un gioco che piace tanto e che produce montagne di soldi, non gli viene dato il peso che hanno invece altre morti. Le morti nelle gare di football tra ragazzi di 16, 17 o 18 anni chiamano giocoforza a correità gli addetti ai lavori, i tifosi e tutti quelli che ruotano attorno a questo sport, che dovrebbero chiedersi se veramente ragazzi di quell’età riescano a pesare chiaramente da una parte i rischi appena sussurrati e dall’altra il fascino urlato della notorietà e di un prospettato futuro a navigare nell’oro dei contratti professionistici.

Molti dei ragazzi che praticano football in high school, hanno sogni uguali: andare al college per continuare a giocare, vincere l’Heisman Trophy, siglare un contratto di una vagonata di milioni con una squadra NFL. Molti meno invece si rendono conto di due aspetti così fondamentali invece, ovvero l’esiguo numero di ragazzi che ottengono un contratto (circa 300 all’anno) e la brevità della maggior parte dei contratti, con l’attività media di un giocatore NFL che si aggira sui tre anni. A questo aggiungiamo anche le conseguenze di questi anni al massimo, che vanno da possibili dipendenze da farmaci antidolorifici, fino a encefalopatie traumatiche e lesioni permanenti.

Uno studio pubblicato circa un anno fa, e che ha fatto molto scalpore perchè ha riscontrato l’encefalopatia cronica traumatica (CTE) in pressochè tutti i cervelli di ex giocatori NFL donati alla scienza, ha fatto scoprire che pure 3 cervelli su 14 di giocatori di football in high school portano segni di questa malattia. Si tratta innegabilmente di un gioco duro ed i suoi effetti anche a lungo termine sul corpo umano sono ancora in fase di studio.

Sostanze proibite, sforzi mal calibrati, ripercussioni a lungo termine sul fisico.

Lati negativi opposti alla scelta di giocare uno sport che rappresenta veramente il concetto di squadra, dove il lavoro di più anni si corona nel lasso di una gara, dove tutti devono fare la loro parte altrimenti, come recita Pacino “saremo annientati individualmente”, proprio perchè in questo gioco la vittoria è collettiva ma la sconfitta e la sopraffazione viene sentita fin troppo bene sulla propria singola pelle.

Fine terza parte (Prima parteSeconda parte)

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