Un’attesa durata 26 anni: Michigan è di nuovo campione NCAA

Michigan è campione nazionale per la dodicesima volta nella propria storia, anche se il digiuno è durato 26 anni.

Jim Harbaugh corona la sua esperienza nella sua Alma Mater con quella ciliegina che finora era mancata e che dà alla sua figura da allenatore tutta un’altra aura da qui in avanti.

Tre anni fa il programma sembrava in crisi, la posizione di Harbaugh era traballante, ci furono delle valutazioni fatte in merito al suo posto e alla fine si optò per un rinnovo “al ribasso”, in modo da ridimensionare il potere contrattuale del coach nel caso di successive valutazioni fatte in merito al suo posto.

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Ma quell’evento è stato l’inizio della riscossa, l’inizio di un percorso durato 3 anni e che possiamo simbolicamente far cominciare con il match di week 2 del 2021, giocato in una Big House gremita contro… gli Washington Huskies, superati per 31-10 grazie alle 171 yard e 3 TD corsi dal RB Blake Corum.

Percorso che è passato per 3 titoli di conference consecutivi, ottenuti dopo le 3 vittorie consecutive in “The Game” – il match di rivalità con Ohio State – per due brutte sconfitte in semifinale Playoff – contro Georgia nel 2021, contro TCU nel 2022 – fino a giungere a conclusione e a compimento nella notte di ieri, chiudendo il cerchio aperto quel 12 settembre 2021 contro la stessa Washington – molto cambiata, per dire il vero, ma pur sempre con gli stessi colori, mascot, tifosi ecc. – vincendo con lo stesso identico scarto, 34-13, e grazie a 134 yard e 2 TD di… Blake Corum!

Harbaugh vince con una squadra costruita come il suo vecchio coach a Michigan Bo Schembechler gli ha insegnato: difesa forte e running game. Lo spettacolo può attendere.

E infatti chiude l’anno come la miglior squadra per efficienza difensiva – 10.2 punti a partita concessi eguagliano il record del decennio della Georgia 2021 e con il dato più impressionante che sono i soli 5 turnover offensivi (!) in tutta la stagione – di cui 3, tra l’altro, arrivati in una non competitiva di inizio anno contro Bowling Green. Sono anche l’unica squadra di cui si possono elogiare le prestazioni senza quasi citarne il quarterback J.J. McCarthy, un recruit 5 stelle che di talento ne ha da vendere e che si è calato in questo ruolo da game manager con grande umiltà e che lo ha portato, alla fine, al massimo trionfo.

In un NRG Stadium pieno oltre i propri limiti di capienza, i Wolverines hanno asfissiato il secondo classificato all’Heisman Trophy di quest’anno Micheal Penix Jr dal primo snap, costringendolo a lanciare anticipando il movimento e senza poter attendere che le tracce dei suoi ricevitori si sviluppassero completamente. Penix chiude la sua carriera collegiale di 6 anni con, probabilmente, la peggior prestazione della sua stagione: 27/51 per 255 yard, 1 TD e 2 INT. Rispetto al match di semifinale con Texas è sembrato un giocatore diverso, molto più insicuro e drasticamente più impreciso: ma non è semplicemente stata una “giornata storta”, nella sua prestazione incolore c’è molto merito della difesa di Sherron Moore, che è stata molto più forte sia in pressione che in coverage rispetto alla Texas affrontata 7 giorni fa.

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La partita di Michigan è iniziata col botto: 2 TD da oltre 40 yard nei primi due drive per il 2° runningback Donovan Edwards che sembravano il preludio a un match non competitivo (come è stato solo a partire dalla metà del 4o quarto, quando i possessi di vantaggio sono diventati 2).

Washington ha retto l’onda d’urto dei Wolverines, durata 1 quarto, andando sotto “solo” 17-3, prima del touchdown di Jalen McMillan a fine primo tempo – l’unico di giornata – che ha riportato il match con un solo TD di differenza tra le due squadre.

La tracotanza di Michigan era sembrata arrestarsi: Washington pur soffrendo sembrava aver preso le misure al running game dei Wolverines che hanno provato a cambiare leggermente spartito con fortune alterne, prima di riprendere il predominio sul gioco sul terreno nell’ultimo periodo, quando la difesa degli Huskies era visibilmente in debito di ossigeno.

Forse il singolo episodio più imporrante della partita è stata la penalità per holding fischiata alla right guard di Washington ad inizio 4o quarto, sul risultato di 20-13 in una giocata che aveva portato gli Huskies sulle 30 yard del campo avversario grazie ad una bomba di Penix per Rome Odunze, che avrebbe potuto portare punti agli Huskies, ma soprattutto da molta fiducia ad un Penix in difficoltà. Passare da 1&10 sulle 30 di Michigan ad un 2&20 sulle proprie ha dato una mazzata importante alla squadra di coach Kalen De Boer, resa decisiva dal TD del 27-13 segnato da Corum nel successivo drive dei Wolverines.

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Costretta poi con l’acqua alla gola, sul successivo drive Washington si vede forzata a tentare un 4&13 dalle 33 di Michigan sul quale la pressione portata non consente a Penix un rilascio pulito del pallone che esce alto e finisce facile preda di Mike Sainristil, lo star player dei Wolverines, che lo riporta fino alle 10 yard avversarie dove poi Corum completerà l’opera e chiuderà i conti sul 34-13.

Michigan nel modo più crudele possibile dà il benvenuto a Washington nella BigTen, la prepara in qualche modo a ciò che la aspetterà da qui in avanti.

Michigan, this is for you!” ha detto Corum quando gli è stato offerto il microfono, semicitando la famosa frase di LeBron James, tra l’altro noto tifoso di Ohio State. Una serata perfetta per Corum e i Wolverines, che chiudono un’annata perfetta – sul campo – che ha avuto molti inciampi esterni e che per un periodo ha fatto pensare che a questi Wolverines il “palazzo” potesse togliere l’oppurtunità di giocarsi e vincere un titolo nazionale sul campo, cosa che è invece avvenuta.

Per chi si è perso un pezzo, si parla dell’inchiesta sul “sign stealing”, ovvero la pratica di “rubare i segnali” con i quali si chiamano le giocate delle altre squadre della BigTen. Segnali che nel college football si conservano come tradizione e rifiuto all’innovazione, ma che, per ovvi motivi, sono diventati un argomento piuttosto controverso. Inchiesta che aveva portato al licenziamento di Connor Stallions – l’uomo incaricato di andare a filmare di persona i segnali nelle partite delle altre squadre di BigTen – e alla sospensione dello stesso Jim Harbaugh, che è stato lontano dalla panchina dei suoi per le ultime 6 partite di regular season.

È tornato per godersi il meglio da una posizione privilegiata.

L’ultima volta che Michigan salì sul tetto degli Stati Uniti non ci eravamo ancora lasciati alle spalle le guerre in Jugoslavia, nelle sale era appena uscito Titanic, il protocollo di Kyoto era appena stato redatto, era uscito da pochi giorni il primo libro di Harry Potter, ma soprattutto un ragazzo californiano mezzo sconosciuto di nome Tom Brady aveva appena vinto il titolo nazionale NCAA come backup di Brian Griese.

26 anni dopo il mondo è cambiato parecchio, anche se le guerre ci sono ancora, e Michigan è tornata a vincere.

Un’attesa che è stata lunga e travagliata, piena di momenti estremamente negativi nei quali i fasti dei tempi passati, della Michigan come powerhouse sembravano andati per sempre, un’attesa che non è stata facile ma che alla fine, per chi è riuscito a viversela tutta, ha reso questo momento ancora più speciale.

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Hail to the Victors!

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