[W5] La crisi dei Cowboys

nfcFra tante incertezze concernenti il possibile rendimento dei team della NFC East nella stagione 2010, la maggior parte degli addetti ai lavori aveva tutto sommato una certezza: che il titolo divisionale sarebbe rimasto saldamente in mano ai Dallas Cowboys. Poi, cosa avrebbero fatto nella post season gli uomini di Wade Phillips dipendeva da molti fattori, ma più di una voce si era levata sostenendo che il 6 febbraio avremmo avuto il primo Superbowl giocato in casa da uno dei due contendenti, dato che il Gran Ballo numero 45 si giocherà proprio al Cowboys Stadium.
E questa certezza, almeno nel successo divisionale, era data in parte dall’indiscutibile solidità del team con la stella sul casco, in parte dai problemi delle altre contendenti: Washington, Philadelphia e New York Giants. I Redskins, ad esempio, pur avendo cambiato coach, riuscendo a far uscire dal lungo letargo Mike Shanahan, protagonista dalla panchina dei due titoli dei Denver Broncos e soprattutto pur avendo strappato ai rivali degli Eagles il quarterback McNabb, sarebbero stati in grado di cambiare la rotta di una franchigia ormai da anni nella mediocrità nonostante le spese folli del presidentissimo Snyder ? E Giants e Eagles non sembravano star meglio: dopo il successo nel Superbowl del 2008, New York pareva aver imboccato un inesorabile viale del tramonto, a partire dalla difesa, una volta punto di forza del team in blu, capace di subire 402 punti nel 2009 (trentesima su trentadue team), per finire con una linea di attacco in parabola discendente. E Philadelphia in una sola estate aveva perso McNabb e Brian Westbrook, cioè le due pedine che nel nuovo millennio erano stati l’anima di una attacco solitamente efficiente che aveva trascinato il team di coach Reed a otto partecipazioni alla post season negli ultimi dieci anni. Dallas invece sfruttando una difesa sempre temibile con fuoriclasse come la nose tackle Ratliff, l’outside linebacker DeMarcus Ware e il cornerback Newman ed un attacco che con l’esplosione di Austin aveva trovato un sostituto forse ancora migliore (e meno distruttivo) di Terrell Owens, sembrava pronta per un grande cammino.
cowboysOltre a tutto nella stagione 2009 i Cowboys erano riusciti a sconfiggere due maledizioni di lunga data: con un record di 3-0 nelle ultime tre gare e il successo nel primo turno di playoff contro Philadelphia, i texani avevano cancellato i fantasmi del rendimento negativo del mese di dicembre e quello della vittoria in una gara di playoff.
Ed invece è bastato un mese di campionato per far svanire tutto: dopo quattro gare Romo e compagni sono desolatamente ultimi nella NFC East con un solo successo e già due gare di ritardo sul trio Washington, New York e Philadelphia che pur non facendo vedere cose strabilianti viaggia con un record superiore al 50%. Non solo, ma domenica i Cowboys faranno visita ad un altro team sull’orlo del collasso, i Minnesota Vikings in una sfida che sa già quasi di ultima spiaggia per le due delusioni più grosse del 2010 nella NFC.
Come quasi sempre succede, i colpevoli sono più di uno, anche se il reparto contro cui si è sparato a zero è sicuramente la linea di attacco, gruppo che sta rapidamente invecchiando senza sostituti all’altezza. Vero, all’ultimo Pro Bowl sono stati convocati il centro Gurode e la guardia Davis, ma decisamente più per la fama conquistata in anni precedenti che non per il loro effettivo rendimento. E quest’anno le cose stanno andando anche peggio, visto che nell’ultima sconfitta casalinga contro Tennessee, Davis è stato addirittura invitato ad accomodarsi panchina durante il secondo quarto, sostituito da un “journeyman” come Montrae Holland, non esattamente Steve Hutchinson. Anche i tackle comunque non si salvano: vero che nelle prime tre giornate Romo era stato placcato dietro alla linea di scrimmage solo una volta, ma i 6 sack subiti contro i Titans sono suonati come un sinistro campanello di allarme. A livello di yards per game, i Cowboys sono addirittura secondi nella NFL, ma i tantissimi errori, anche del regista Romo, si riflettono sul -4 fra palle perse e palle guadagnate ed un deludente sedicesimo posto a livello di punti segnati. E non è che a difesa possa chiamarsi fuori con due soli intercetti, una pass rush molto più soft dell’anno scorso e quasi 22 punti subiti a partita, che la pongono al ventunesimo posto su trentadue squadre.  Naturalmente in questi frangenti il primo a finire sotto accusa è il capo allenatore Wade Phillips. Jerry Jones ha più volte giurato fedeltà al suo tecnico (in un intervista il padre-padrone dei Cowboys ha detto che Dallas non ha mai licenziato nessun head coach durante la stagione e lui non avrebbe sicuramente iniziato quest’anno), però le cose quasi certamente cambieranno se dovesse sfumare la possibilità di giocarsi in casa il Superbowl.    
Anche la cabala è contro i Cowboys: secondo l’Elias Sports Bureau dal 1933 soltanto l’8,4 per cento dei team che hanno iniziato la stagione 1-3 è poi arrivata ai playoff e nessuno ha mai vinto il titolo.                   
E domenica come detto i Cowboys saranno impegnati in casa di Minnesota, in una sorta di rivincita dei playoff della passata stagione. Lo scorso gennaio il Metrodome fu fatale ai ragazzi di coach Phillips il cui attacco fu letteralmente fatto a pezzi dal front four dei Vikings che trascinato da Ray Edwards e Jared Allen inflisse sei sack a Romo il quale fra fumble ed intercetti perse anche tre palloni. Quest’anno i Vikings stanno faticando non poco, ma se i texani non riusciranno in fretta a ricompattarsi, potrebbero di nuovo veder sfumare i sogni di gloria nel freddo del Minnesota, ma stavolta il declino sarebbe ben più lungo e doloroso.  
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