Justyn Ross ci ha dimostrato che pure in NFL esiste il lieto fine

A primo acchito dedicare un articolo a un individuo semplicemente per essere riuscito a sopravvivere ai tagli estivi e trovare un posticino a roster può sembrare patetico, ma nell’arco narrativo di Justyn Ross quanto appena delineato può essere considerato un vero e proprio miracolo.
Avete presente l’immancabile individuo autore di una storia di vita così emozionante e improbabile da renderci impossibile non tifare genuinamente per lui? Ecco, quest’anno il fortunato – e sotto un certo punto di vista sfortunato – è proprio Justyn Ross, essere umano la cui tortuosa storia di vita merita di essere raccontata e conosciuta.

Riavvolgiamo il nastro di qualche anno, torniamo per un attimo a quel periodo in cui un banale posto a roster sembrava essere una mera formalità per Justyn Ross.
Nato e cresciuto a Phenix City nella floridissima – almeno da un punto di vista sportivo – Alabama, Ross ci mette veramente poco ad attirare le attenzioni degli scout dei college più prestigiosi: stiamo pur sempre parlando del settimo miglior ricevitore della sua annata.
Malgrado il forte interesse della sua Alabama, opta per un derivato del rosso scarlatto dei Crimson Tide, l’arancione di Clemson: dire che la scelta abbia ripagato sarebbe un eufemismo.

Nemmeno il tempo di ambientarsi e si afferma come una delle più letali minacce nell’intero firmamento del college football. Nel 2018, da freshman, riceve 46 palloni per mille yard tonde tonde e nove touchdown. Una big play ambulante, un’insopportabile spina nel fianco per qualsiasi secondaria che, prima o poi, sarà inevitabilmente punita dal suo mix letale di velocità e fisicità.
Quei Tigers sono un’autentica corazzata e, ironia della sorte, Ross sale sul tetto del suo mondo proprio a scapito dei “suoi” Crimson Tide, annientati in finale 44 a 16 anche grazie alle sei ricezioni per 153 yard e un touchdown di Ross.
Ricordiamolo, tutto ciò da freshman.

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Non si sta parlando solamente di un giocatore da NFL, ma quasi sicuramente di uno che sarà scelto nei primi round del draft.
Seppur meno spettacolare, la seconda stagione universitaria non fa che confermare quella che ormai era diventata l’opinione unanime, ossia che Ross di lì a breve avrebbe calcato i palcoscenici della National Football League.
Tutto troppo semplice e lineare finora, non vi pare? Dov’è l’imprevisto capace di rendere accattivante una storia che, per quanto appagante possa essere per il ragazzo, non sembra poi così meritevole d’essere narrata e conosciuta?
Letteralmente dietro l’angolo.

Affermare che la primavera del 2020 sia stata senza precedenti non renderebbe in alcun modo giustizia a un conglomerato di mesi nel quale, volenti o nolenti, abbiamo dovuto reimparare a vivere rinnegando più o meno qualsiasi cosa aderisse alla nostra definizione di vita.
Quella primavera il mondo, la vita e il futuro di Justyn Ross cambiarono per sempre, ma non per la pandemia.
Durante un allenamento Ross deve correre uno slant, una traccia così rudimentale e fondamentale da essere stata assimilata e memorizzata dal proprio corpo fino a renderla una serie di movimenti tanto automatici quanto può esserlo camminare.
Taglia verso il centro del campo, focalizza la propria attenzione al pallone che tanto per cambiare sta cercando le sue mani ed ecco il patatrac.

Un linebacker fa il suo dovere e lo colpisce duramente in modo da non permettergli di completare la ricezione. Colpo duro, ci mancherebbe, ma nulla di eccezionale, mera routine per un giocatore che di lì a breve quel genere di botte le avrebbe prese dai ben più minacciosi e granitici linebacker della NFL.
Metabolizzato l’impatto, fa una veloce cernita delle proprie membra. Tutto sembra essere a posto, non fosse per un intorpidimento mischiato a formicolio che gli tortura le braccia.
Sarà qualche nervo andato fuori posto, qualche sciocchezza che gli sarebbe costata al massimo un paio d’allenamenti, una settimana nel peggiore dei casi: qualcosa che di lì a breve avrebbe smaltito come niente fosse.
Il football americano alla fine altro non è che incassare, metabolizzare e reagire per poi dominare.

Lo staff medico si attiene al proprio protocollo e lo sottopone a un paio di esami al collo e alla colonna vertebrale. Nulla per cui preoccuparsi, è semplice prassi.
Una volta ottenuti i risultati il giovane ricevitore viene convocato per un colloquio individuale con il proprio allenatore Dabo Swinney. Non necessita di tanto tempo per capire che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato, quello che doveva essere un semplice dialogo fra allenatore e giocatore ha assunto gli inquietanti contorni di una vera e propria intervention: appena valicata la porta dell’ufficio di Swinney viene accolto da tutto lo staff medico di Clemson e dopo un paio di secondi si rende conto che, seppur assente fisicamente, lì ci sia anche sua madre.
In vivavoce.

Viene messo al corrente di qualcosa di terrificante, di una patologia congenita che ha provocato la fusione di due vertebre nel collo, la sindrome di Klippel-Feil.
Va da sé che il football americano non sia lo sport indicato per qualcuno che soffre di una simile patologia, ogni botta incassata potrebbe essere letteralmente l’ultima prima della paralisi. Può considerarsi fortunato se è arrivato sulle proprie gambe fino a questo punto della vita malgrado i ripetuti traumi.
Ha giocato a football tutti quegli anni senza alcun problema, com’è possibile che ora, a pochi metri dal traguardo, non sia più sicuro giocare allo sport che di lì a breve lo avrebbe sistemato per il resto della sua vita – e non solo?

Non ci vuole il parere di chissà quale luminare per convenire che una persona con una patologia del genere sopravvissuta a una vita di football americano dovrebbe solamente accendere un cero in onore dei propri dei. O ringraziare chicchessia che da lassù lo ha preso in simpatia. Ross, però, tutto ciò non sembra averlo registrato.
Indefesso, decide di trattare l’annuncio che avrebbe dovuto scrivere la parola fine a una carriera non ancora sbocciata come un qualsiasi altro infortunio: riabilitazione, pazienza e ancora riabilitazione.
Con l’obiettivo dichiarato di tornare in campo, più prima che poi.

Ed ecco che torna ad allenarsi.
I movimenti ci sono ancora tutti, il feeling con il campo non è in alcun modo evaporato malgrado i mesi di forzata assenza, Justyn Ross può ancora essere Justyn Ross, ci vorrà tanta pazienza – e una buona dose di pietà mischiata a follia dello staff medico di Clemson per dargli il via libera per il ritorno in campo che, dopo mille tribolazioni, arriva.
In questa storia però nulla può essere semplice, quindi naturalmente il giorno stesso in cui sarebbe dovuto tornare ad allenarsi con i compagni risulta positivo al Covid-19 che lo colpisce piuttosto duramente facendogli perdere quasi sette chilogrammi.
Non ideale.

Smaltito con fatica il Covid-19, Ross torna finalmente in campo dove ci mette poco a tagliare uno dei più grandi traguardi della sua vita.
Secondo snap dallo scrimmage dell’allenamento, Swinney chiama una giocata incentrata su Ross esclusivamente per fargli assorbire il primo tackle da venti mesi.
Si alza come niente fosse, chiunque tira un sospiro di sollievo: finita qua?
Neanche per sogno, di lì a breve comincia a sentire un opprimente dolore al piede sinistro, un dolore che decide comprensibilmente di ignorare, andare sotto i ferri gli costerebbe quasi certamente tutta la stagione e, di conseguenza, la possibilità di avere un futuro fra i professionisti.

Conclude una stagione incoraggiante ma in nessun modo esaltante come leading receiver di Clemson e si dichiara eligible per il draft 2022, ma appare lapalissiano più o meno a chiunque che le possibilità che senta scandire il suo nome siano rasenti allo zero: è semplicemente troppo rischioso investire su un giocatore con una patologia del genere.
Il draft segue il mesto copione delineato dal destino, Ross non viene selezionato e Twitter dà vita a una delle più grandi fiaccolate virtuali di cui io abbia memoria. Per interminabili ore, infatti, il social network più morto che esista è tempestato da decine di migliaia di domande su Justyn Ross.
Perché nessuno lo ha preso?
Ma può sul serio giocare?
Chi lo prenderà?
Sarà preso?

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Negli anni i Kansas City Chiefs hanno dimostrato di non aver paura a prendersi rischi, basti pensare al caso di Tyreek Hill: lo mettono sotto contratto come undrafted free agent dandogli l’opportunità della vita… non prima di un altro imprevisto, se così si può definire.
Il piede sinistro è troppo malconcio, non ne vale la pena giocarci sopra, Ross risulterebbe troppo debilitato per avere una legittima opportunità di vincere un posto a roster – impresa già di per sé titanica se teniamo presente la sindrome di Klippel-Feil.
Perseveranza e pazienza sono le due parole chiave in questa storia e, per l’ennesima volta, vengono messe alla prova: Ross salterà tutto il 2022, anno in cui tra l’altro i Chiefs gli regalano un anello.

Estate 2023, Ross è finalmente in salute e il corpo ricevitori dei Chiefs è più aperto che mai. Da quando Hill è svernato in Florida, Reid e Veach non hanno smesso un secondo di cercare un ricevitore complementare a un Travis Kelce un anno più anziano della stagione precedente.
Con la tranquillità di chi è consapevole di non aver nulla da perdere, Ross si afferma immediatamente come una delle opzioni preferite di Patrick Mahomes e nel corso dell’estate affina una chimica che non passa inosservata.
Mahomes parla entusiasticamente di Ross, e non potrebbe essere altrimenti: un miracolo su due gambe sta diventando uno dei suoi ricevitori preferiti, come si fa a non essere esaltati da tutto ciò?

Ultimi giorni d’agosto, quel tragico periodo dell’anno NFL in cui migliaia di persone vedono il loro sogno professionale sfumare definitivamente. La deadline si avvicina inesorabile, i Chiefs cominciano a sfoltire il roster e il nome di Justyn Ross si ostina a non spuntare sul bollettino dei grandi tagli estivi.
Ore 22 di martedì 29 agosto, scocca la mezzanotte della stagione della potatura, Justyn Ross è ufficialmente un giocatore dei Kansas City Chiefs.
Indipendentemente da ciò che si rivelerà essere la sua carriera, dobbiamo celebrare quella che è una vera e propria impresa, un’impresa di vita reale scandita da frustrazione, difficoltà e momenti di umanissima disperazione che hanno condotto a un imponderabile lieto fine.

Per quanto mi riguarda Ross può pure concludere la propria avventura NFL con zero ricezioni, i numeri sono assolutamente irrilevanti, il semplice fatto che sia riuscito a sopravvivere a una serie allucinante di sfortune e tradimenti fisici è già di per sé eroico. Che poi sia stato in grado di fare il necessario per vincere un posto a roster nella squadra campione in carica altro non è che la classica ciliegina su una delle torte più belle che vedrete nel corso della vostra esistenza.
Quella di Ross è una storia di disperazione, testardaggine e redenzione, una storia così umana da pizzicare corde diverse in ognuno di noi, così umana che non sembra nemmeno vera da quanto è perfetta e al contempo improbabile. Forse è per questo che dicono che la NFL segua un copione, chissà.
Justyn Ross ce l’ha fatta, ha avuto ragione lui, perseverare al punto di flirtare con la follia ha pagato dividendi. Eccome se li ha pagati.

Mi sento piuttosto sereno ad affermare che tutti noi da oggi in avanti avremo un nuovo giocatore per cui tifare, un individuo che indipendentemente dal colore della maglia che indosserà avrà sempre il nostro supporto incondizionato.
Ma soprattutto un individuo a cui essere grati per aver ridefinito il concetto di possibile davanti ai nostri occhi, rendendoci partecipi di un’odissea senza eguali nella storia della NFL.
Grazie Justyn Ross.

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Mattia Righetti

Mattia, 27 anni. Voglio scrivere per vivere ma non so vivere. Quando mi cresce la barba credo di essere Julian Edelman. Se non mi seguite su Twitter (@matiofubol) ci rimango malissimo.

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