Chi segue Cool Bueno (il podcast italiano sui Miami Dolphins, per quelli che non ne hanno mai sentito parlare) conosce già il “tormentone” che usiamo spesso parlando dei Dolphins: il giorno della marmotta. Se poi siete fra quelli che non hanno neanche mai visto il film “Ricomincio da capo” (nel caso, andate a recuperarlo), sappiate che nel film il protagonista – uno strepitoso Bill Murray – si trova intrappolato in un loop che lo costringe a rivivere sempre lo stesso giorno (appunto, il “giorno della marmotta”) in una successione senza fine. Parlando dei Dolphins, ci riferiamo a quel circolo infinito in cui la franchigia del South Florida è intrappolata da anni, una successione continua di ricostruzioni, nuovi coach-salvatori della patria, nuovi giocatori e soprattutto nuovi quarterback, un anno (a volte, perfino due) di relativi successi, le prime crepe, il crollo per uno, due, tre, n motivi disparati, la demolizione, la ricostruzione, il nuovo coach-salvatore della patria e via così. Un ciclo continuo che dura dalla fine dell’era Shula-Marino e che ha con gli anni condotto i tifosi aqua-arancio attraverso un saliscendi di emozioni anch’esso sempre uguale a sé stesso, dall’ottimismo sfrenato al pessimismo cosmico.
In questo 2026 è il turno della ricostruzione. Alè! Gettato nell’oceano l’ambizioso progetto Grier-McDaniel-Tagovailoa il proprietario Stephen Ross ha deciso di prendere l’asfaltatrice parcheggiata in un angolo dopo la costruzione della pista da F1 nel parcheggio e ripartire da zero, ma proprio zero zero. Nuovi quadri societari, nuovo General Manager, nuovo Head Coach, nuovo staff, nuovo quarterback, nuovi giocatori. A memoria di chi scrive, una rivoluzione così radicale a Miami non si vedeva da quanto l’allora proprietario Wayne Huizenga chiamò Bill Parcells al capezzale dei Dolphins, dandogli carta bianca.
E carta bianca è più o meno quella che ha in mano anche Jon-Eric Sullivan, l’uomo cresciuto in quella fucina di dirigenti NFL che è il front office dei Green Bay Packers e scelto per ricostruire una squadra senza un allenatore, senza un quarterback e senza fiducia. La prima mossa di Sullivan è stata l’ingaggio come head coach di Jeff Hafley, ex-defensive coordinator a Green Bay ed ex-head coach a Boston College, persona di sua piena conoscenza e fiducia. E poi, resosi rapidamente conto dei margini di manovra inesistenti all’interno del salary cap, sono iniziate le decisioni difficili con la decimazione del roster precedente e, soprattutto, l’inevitabile separazione “via il dente via il dolore” dall’ex-franchise quarterback Tua Tagovailoa, con un impressionante impatto economico di quasi 100 milioni sotto il tetto salariale. Passato l’uragano, perché di ciò si è davvero trattato, i Dolphins hanno contabilizzato quasi 180 milioni di dead cap (sui 301 e spiccioli totali).
Imbastire un roster decente con meno della metà dei soldi che hanno gli altri è un’impresa che già sulla carta sembra complicata, ma Sullivan in qualche modo ci è riuscito. Se sarà “decente” o meno lo dirà il campo, ma una cosa è sicuramente certa: il 2026 non è l’obiettivo primario di questi Miami Dolphins. La squadra che sta sudando sotto il sole della Florida è giovanissima (10 dei 26 giocatori ora in prima linea nella nuova depth chart sono al primo o secondo anno) e il roster è sotto il microscopio per individuare le giuste basi su cui costruire i Dolphins del futuro. Vediamo allora come siamo messi, reparto per reparto.
OFFENSE
La prima decisione importante del nuovo duo al comando (prontamente ribattezzato Haf&Sully, in puro stile Miami Vice) è stata quella di puntare su Malik Willis per il ruolo più importante in qualsiasi squadra di football. A lui è stato riservato l’unico vero investimento importante fatto sul mercato quest’anno, un contratto da 3 anni e 67,5 milioni di dollari (45 garantiti) che di fatto mette subito fine a tutte le speculazioni. A meno di fallimenti sul campo, Willis è il quarterback del prossimo futuro a Miami. Sia Sullivan che Hafley lo conoscono bene, ci hanno lavorato fianco a fianco ogni giorno negli ultimi due anni e, al di là del ridotto periodo di tempo in cui ha visto il campo con i Packers (in cui si è peraltro comportato assai bene), è proprio questa approfondita conoscenza del giocatore e della persona che li ha convinti che lui fosse il loro uomo. E ha convinto anche Willis, perché si è poi saputo che ha rifiutato offerte economiche anche migliori per venire ai Dolphins, sicuro di essere in mano a gente di cui si fida.
“A meno di fallimenti sul campo” si diceva. Per il buon Malik quello che sta per iniziare sarà indubbiamente un anno chiave e una delle perplessità maggiori sul roster offensivo dei Dolphins riguarda proprio la sua povertà nei ruoli che dovrebbero supportare Willis e consentirne una valutazione appropriata. La wide receiver room, ad esempio, è stata quasi azzerata. Dove lo scorso anno c’erano Tyreek Hill e Jaylen Waddle adesso è rimasto il solo Malik Washington, coadiuvato da onesti mestieranti (Jalen Tolbert, Tutu Atwell) e matricole arrivate dal draft (Caleb Douglas – che comunque si sta già mettendo in mostra nel camp -, Kevin Coleman) su cui ci sono belle speranze ma, al momento, non molto di più. E la tight end room non sta molto meglio, con Greg Dulcich come prima punta e dietro di lui… vabbè.
E’ facile esercizio pronosticare che a cantare e portare la croce nell’attacco di Miami sarà Devon Achane. Subito identificato da Haf&Sully come uno dei pilastri irrinunciabili dei nuovi Dolphins il running back è stato gratificato di un rinnovo contrattuale adeguato (4 anni, 64 milioni, 27,3 garantiti) che lo pone fra l’elite del ruolo, con buona pace di chi fa i ratings di Madden. E, alle sue spalle, Jaylen Wright e Ollie Gordon completano l’unico reparto invariato rispetto allo scorso anno.
Non si può chiudere senza parlare della linea. Attorno al centro Aaron Brewer, un altro dei tre pilastri di Haf&Sully (confermatissimo e rinnovatissimo con contratto da 3 anni, 52,5 milioni, 31,75 garantiti), ritornano come tackles il massiccio e affidabile Patrick Paul a sinistra e il bravo ma fragile Austin Jackson a destra. E una seconda possibilità sarà ovviamente data anche Jonah Savaiinaea, scelto al secondo giro lo scorso anno ma reduce dalla statisticamente peggiore stagione per una guardia NFL. Per costruire attorno a questi pezzi principali i Dolphins hanno deciso di scegliere al primo giro Kadyn Proctor, gigantesco OL da Alabama (2 metri per 163 chili, più o meno), e di fargli fare il primo anno come left guard. In pratica, il lato sinistro di Willis sarà grosso più o meno come il Vallo Adriano. Sul resto e sulla profondità si è lavorato fra innesti a basso costo in free agency (Jamaree Salyer), scelte al draft (la guardia DJ Campbell al sesto giro) e scambi a sorpresa (Caeden Williams, recentemente acquisito dai Patriots per una mela e una matita morsicata). E sono proprio il resto e la profondità le incognite maggiori, nella speranza che i punti fermi già citati siano sufficienti per guidare la crescita del reparto.
DEFENSE
Dove una volta c’erano Jaelan Phillips e Bradley Chubb, adesso c’è David Ojabo. Dove una volta c’erano Jalen Ramsey e Xavier Howard, adesso ci sono il rookie Chris Johnson e JuJu Brents. Dove una volta c’era Jordyn Brooks, adesso c’è… Jordyn Brooks. Il middle linebacker All-Pro è il terzo pilastro del piano di Sullivan, e anche lui è stato ricompensato con una congrua estensione contrattuale (3 anni, 48 milioni, 35 garantiti) che ne cementa il ruolo come leader della nuova difesa che Jeff Hafley ha in mente.
Del resto del roster difensivo si è salvato poco. Solo la linea di difesa interna è rimasta praticamente intoccata, visto che solo lo scorso anno l’intero reparto era stato completamente rifatto attorno al leader Zach Sieler con le scelte al draft del trio Kenneth Grant – Jordan Phillips – Zeke Biggers, tutti ovviamente confermati Sull’esterno, come accennato, la temibile pass rush dei Dolphins di solo un paio di anni fa è stata cancellata, sostituita dai soliti free agent a basso costo (il citato Ojabo, Josh Uche, Clelin Ferrell) ed è rimasto solo il terzo anno Chop Robinson, reduce da un primo anno discreto ma da un secondo anno molto sotto le attese. Sono lui e Kenneth Grant, pure reduce da un primo anno buono ma nulla di più, i due giocatori dai quali ci si attende un salto di qualità e la conferma delle aspettative su di loro.
Nel mezzo del campo, accanto a Brooks, dopo l’ottima stagione scorsa ritorna anche Tyrel Dodson. Ma è sui due giocatori scelti nello scorso draft che c’è, per motivi diversi, la curiosità maggiore. Il primo è il secondo giro Jacob Rodriguez, uno dei migliori linebacker usciti dal college quest’anno, playmaker sopraffino e terzo MLB partito da Texas Tech e arrivato ai Dolphins (gli altri due, come noto, sono Zach Thomas e Jordyn Brooks). Il secondo è Kyle Louis, quarto giro dalle grandi doti in uscita da Pitt, il prototipo del giocatore ibrido che Hafley potrebbe utilizzare in una varietà di situazioni diverse. Il potenziale perché in questa zona del campo esca qualcosa di interessante c’è.
Potenziale che, purtroppo, si fa un po’ fatica a vedere in una secondaria dove, davvero, dei titolari dello scorso anno non è rimasto più nessuno. Il cornerback primo giro Chris Johnson è già di default accreditato di uno dei due posti da titolare sull’esterno, e per fortuna che gli echi che escono su di lui dai camp sono positivi. Sul lato opposto il nome più accreditato è quello di JuJu Brents, giocatore arrivato lo scorso anno a Miami, ex prima scelta dalle grandi potenzialità ma, ahilui, dalla piccola salute. Alle sue spalle il secondo anno Jason Marshall, l’eterno rincalzo Ethan Bonner, il nome più bello della NFL Storm Duck e poco altro. E lo stesso vale per il ruolo di safety, dove il secondo anno Dante Trader sarà anche lui titolare di default come unico sopravvissuto dalla scorsa stagione e al suo fianco il più accreditato è Zayne Anderson che, come merito migliore, ha quello di venire dai Packers e quindi conoscere già la difesa di coach Hafley. In seconda fila, il rookie Michal Taaffe, quinto giro uscito da Texas, sembra stia iniziando a farsi notare. Vedremo. Certo, non si può ricostruire tutto in un anno, ma a meno di sorprese qui ci sarà da sudare e da soffrire.
SPECIAL TEAM
Questa è tosta. A Miami è cambiato talmente tutto che lo special team potrebbe essere benissimo composto da gente che si conoscerà in campo per la prima volta. L’unica costante fra gli specialisti è il kicker, con Riley Patterson che dopo la buonissima scorsa stagione sembra aver vinto la battaglia nel camp contro Zane Gonzalez. Per il resto, è cambiato il punter, con l’addio all’ottimo Jake Bailey e l’arrivo di Bradley Pinion, è cambiato pure il long snapper (fuori Joe Cardona, dentro Tucker Addington) e sono in pieno svolgimento provini per il posto da ritornatore, ormai cronica assenza ai Dolphins. Malik Washington, che aveva gestito il ruolo lo scorso anno, forse è troppo prezioso ora che è diventato qualcosa di molto vicino al WR1, per cui la lotta è aperta. Fare previsioni qui è davvero come tirare i dadi.
COACHING STAFF
Come sempre accade in una fase di ricostruzione, il coaching staff 2026 dei Dolphins è tutto nuovo. Anzi, quasi, perché qualche superstite c’è.
Sul fronte offensivo balza all’occhio che il nuovo Offensive Coordinator è uno di questi. Bobby Slowik, già assistente nello staff di McDaniel, ha già lavorato in passato con Hafley ed è stato quindi promosso ala posizione offensiva più alta, anche se fa un po’ strano parlare di continuità con un roster quasi del tutto nuovo. Un altro nome è quello di Lemuel Jeanpierre, tenuto come assistente e sorprende il ritorno di Matt Applebaum come assistente alla OL, lui che era già stato assunto e poi licenziato da McDaniel proprio come coach della linea offensiva.
Lato difesa, la parte del campo in cui ci si aspetta che il nuovo head coach faccia più vedere la sua impronta, Hafley ha portato con sé da Green Bay Sean Duggan, ex allenatore dei linebackers, affidandogli il posto di coordinatore. E, nel suo staff, spicca la conferma di Austin Davis, ottimo coach di una linea difensiva in cui la continuità prevale.
Infine, lo special team è stato affidato a Chris Tabor, sceso da Buffalo con lo scopo di migliorare e stabilizzare un reparto che negli ultimi anni ha attraversato alterne fortune. E, nel suo staff, appare nientemeno che Brock Olivo, vecchia conoscenza di qualsiasi appassionato di football italiano.
È ovvio che con uno staff quasi completamente nuovo è molto difficile lanciarsi in previsioni o analisi. Jeff Hafley ha chiaramente costruito il gruppo a sua immagine, circondandosi di persone che conosce e che condividono la sua visione. Quello che è già emerso in questa prima offseason è che Hafley è un tipo di allenatore molto diverso da come era Mike McDaniel, per filosofia, per approccio, per caratteristiche e per convinzioni. Solo il tempo dirà se è anche l’uomo giusto per rilanciare i Miami Dolphins.
Record previsto: 4-13
Calendario tosto e squadra nuova, che deve crescere attraverso tutte le esperienze. Quindi, tutto quello che verrà andrà bene.
I nostri voti
Offense - 6
Defense - 5
Coaching Staff - 6
5.7
Dare i voti ad una squadra mai vista all’opera è un esercizio di fede. Quindi, lasciamo che il cuore di tifoso faccia la sua parte e andiamo su un generale 6 politico, senza dimenticare però i buchi nel roster difensivo e soprattutto in secondaria, che potrebbero rivelarsi determinanti.




