Mi sono commosso. Sì, commosso. Perché mai avrei detto nel lontano 2003, anno di grazia in cui insieme ad un manipolo di amici fondammo la nostra squadra, di vedere un giorno l’Italia qualificarsi per le Olimpiadi di flag football.
Orbene, probabilmente mai avrei detto di poter vedere il flag football stesso ai Giochi. Ma su quello ero più possibilista, perché sono sempre stato un believer. Dal giorno uno ho visto le possibilità di questo sport relegato da troppi all’ombra del tackle. Perché l’accessibilità è tutto. Ce lo insegna il calcio.
E per me, in una provincia periferica con poche strutture e ancor meno monetine da inserire negli “sport minori”, la passione dell’ovale giocato era coltivabile solamente nella sua versione light. C’erano anche ragioni di opportunità, chiaramente, e anche quelle erano vento nelle vele, o meglio nelle flag.
Di certo però non pensavo, allora, si riuscisse a colmare quel gap che c’era con le big d’Europa. I passi in avanti sono stati giganteschi. E sebbene non abbia condiviso nel corso degli anni tante delle scelte fatte, non sono così ottuso da negare l’evidenza. O non apprezzarla ed applaudirla. La Federazione ha centrato un obiettivo clamoroso. Cogliendo prima di altri al di fuori dei nostri confini le incredibili possibilità delle “bandierine”. E così è nata una nazionale fortissima che abbiamo ammirato in questi mondiali di Dusseldorf.
Ecco arriviamo infine al punto che mi sta più a cuore sottolineare in questo momento. Sì, perché ho sempre ripetuto che il flag football è uno sport straordinario da giocare, emozionante, eccitante e divertente, ma che non è godibile allo stesso modo dagli spalti o dalla tv.
Bene, oggi, grazie a questi campionati del mondo, sono qui a scrivervi che mi sono ricreduto. L’evoluzione del gioco, la giusta cornice, i giusti investimenti hanno prodotto un risultato eccellente. Gustoso da seguire. Con azioni spettacolari e partite emozionanti. Le dimensioni giuste del campo, regole non troppo difficili da capire, durata perfetta per essere televisiva e seguibile.
Decisamente meglio di altre discipline che si sono viste debuttare nelle recenti edizioni dei giochi olimpici. Non ho paura a dire che è più fruibile del basket 3vs3, altra disciplina che mi ha visto spendere tantissime ore da ragazzo sui campetti (quindi non posso essere accusato di favoritismi) o del rugby 7. E anche di altre più storicamente affermate, penso all’hockey su prato ad esempio.
Negli ultimi anni mi sono divertito ad andare a seguire dal vivo il baseball italiano. Che ho trovato appassionante e di qualità.
Dopo essermi allontanato per un po’ dal flag football, questi mondiali mi hanno riavvicinato a una disciplina che per tanti anni è stata parte della mia vita e che ha sempre rappresentato la dimensione che ritenevo più praticabile e realisticamente esportabile oltre i confini americani. Chissà che il prossimo step non sia proprio farlo diventare apprezzabile come il batti e corri. Immagino che l’obiettivo della NFL sia proprio questo, per radicarsi ancora di più ovunque.
Poi c’è quella nazionale lì, di fronte a cui bisogna solo togliersi il cappello e applaudire.
Immagine di copertina di Riccardo Foglio – FIDAF




