NFL Preview 2026: Chicago Bears

Il 2025 dei Bears è stato letteralmente un esame cardiologico sotto forte stress per una tifoseria non abituata a colpi di scena come quelli che abbiamo visto. Chicago si presentava all’inizio del 2025 con un attacco cambiato per 5/11 di cui 4 in OL e una panchina guidata dalla grande aspettativa Ben Johnson che andava a sostituire il disastro voluto e creato dalla società e che risponde al nome di Matt Eberflus e tutta l’allegra combriccola di pseudo galeotti al seguito.

Chicago passa così in 1 anno da un 5-12 ad un 11-6 con una sola offseason di aggiustamenti che hanno richiesto tempo per essere messi in pratica, trovando in corso d’opera quell’equilibrio che nessuna simulazione fuori dal campo può individuare. Da squadra disfunzionale di Week1 a potenziale contender uscita dai PO in overtime contro dei Rams che se non erano n.1, certamente non uscivano dalla top3 delle candidate al titolo.

OFFENSE

La offense è la grande protagonista di questa squadra. Hallleluja da parte di chi vi scrive. L’arrivo di Ben Johnson è una pietra miliare nella storia dei Chicago Bears ed il rinnovo del GM Poles che coincide con la scadenza triennale di Johnson descrivono finalmente un connubio ad interesse comune che difficilmente si è visto così ben allineato dalle parti del Lake Shore Drive. Ben Johnson mette mano al roster e al portafoglio dei Bears portando nella OL di Chicago Jackson, Dalman ma soprattutto Joe Thuney e questa scelta si rivela azzeccata nel momento in cui i Bears, da un ultimissimo posto in NFL per sack concessi salgono fra i primi posti come statistiche, almeno secondo PFF. Certamente, passare da 37 a 13 sack e  fermarsi a 145 pressioni concesse su 643 snap dimostra il grande lavoro fatto. Caleb Williams consacra un anno di invenzioni e nervi d’acciaio dopo una partenza altalenante, fermandosi alla prima vera stagione a una manciata di yard da quelle famose 4000 che i Bears non hanno mai superato (chiuderà a 3942 yard per 27 touchdown pass e soli 7 intercetti). Sua la copertina e anche i primi piani dei 7 (S-E-T-T-E) fourth-quarter comeback che gli hanno valso un avanzamento nei power ranking dei QB e un’attenzione positiva per il futuro.

Pubblicità

Chiudo con quello che forse è il giocatore che può essere preso come icona della stagione e che ne iperbolizza gli aspetti: quel Colston Loveland che ha destato qualche dubbio alla sua scelta al draft(più un BPA che una vera need per i Bears, almeno per la depth chart dei semplici uomini -altro discorso è il concetto per Ben Johnson-). Dopo una partenza da anonimato (come tutti del resto) Loveland cresce e convince arrivando a chiudere la stagione con 713 yard e 6 TD arrivati non in garage time ma con la partita sul filo. Non male, in un attacco che ha visto ben 4 giocatori andare oltre le 500 yard (insieme a lui DJ Moore, Odunze e Burden) e che potenzialmente poteva non muovere mai la catena dati i molteplici dubbi. L’addio per motivi di CAP di DJ Moore per il 2026 è un duro colpo, soprattutto perché quel Raymond sottratto ai competitor di division Lions non è certo dello spessore. Più probabile un innalzamento delle quotazioni di Burden, che ha mostrato grande abilità nelle yard after catch oltre che una velocità degna di nota. Chiudono la parte offensiva la riconferma di Swift e Monangai, bella sorpresa da 7mo giro. Ma la chiave passerà tutta per la linea offensiva, con l’infortunio di Ozzy Trapilo che pare molto serio, se non addirittura un career ending injury e che ha rialzato le quotazioni di Braxton Jones, anche lui al rientro dopo un brutto infortunio patito nella prima metà di stagione. Il colpo peggiore Chicago lo subisce però al centro, con il ritiro imprevisto e imprevedibile di Drew Dalman che lascia così un buco in mezzo -coperto alla bene e meglio con Garrett Bradbury- ad una OL che aveva trovato un suo perché anche grazie a lui.

DEFENSE

Non nascondiamoci dietro un dito: nell’unica offseason a disposizione di Johnson tante erano le lacune che colmarle tutte era impossibile. Chicago si è concentrata chiaramente sull’attacco lasciando alla difesa poche scelte e rinforzi. E nella scarsità generale, la fortuna non ha aiutato. La secondaria ha giocato per lunghi tratti con riserve delle riserve in campo, mentre Jaylon Johnson e Tyler Gordon passavano la maggior parte della stagione a guardare i compagni di reparto. Non meglio si è trovato il reparto dei LB, perdendo a più riprese sia TJ Edward che Tremaine Edmunds e schierando praticamente 3 titolari dalla practice squad (Sewell, Jackson, Ogbongbemiga) mentre la tifoseria si continuava a chiedere il perché della scelta di Ruben Hyppolite al draft. Scelta che ancora oggi pare inspiegabile a livello quasi di errore di digitazione in fase di pick.

Dennis Allen ci ha mostrato però tutta l’abilità costruita negli anni impostando una difesa aggressiva e combattiva che punta molto all’intercetto ma rischiando molto le coperture che, unite alla penuria in secondaria, classificheranno i Bears fra le peggiori difese della lega a fronte di una leadership indiscussa nei turnover (Yard chiuderà con 7 intercetti, 5 per Wright e 4 per Edmunds, oltre ad aver creato per la prima volta un fumale sulla tanto conclamata push-push degli Eagles) I Bears chiuderanno la stagione con 22 turnover staccando di ben 5 punti i secondi Texans, mentre scivoleranno in fondo alle altre classifiche sia per yard concesse via passaggio, sia via terra. All or nothing con Ser Allen.

SPECIAL TEAM

Lo special Team ha riservato un po’ di lucidità e di ombre sulla stagione passata. L’amato Cairo Santos è crollato nei sondaggi a causa dei suoi evidenti limiti sui calci da lontano, che ormai la NFL spinge sempre più nella direzione delle 50 yard ed oltre, mentre la gamba del talento brasiliano sembra sensibilmente ridurre la portata non oltre le 40. Un punto che ha destato più di una preoccupazione nella tifoseria, e probabilmente vedrà la prossima off season piuttosto concentrata nel trovare una valida alternativa che si sostituisca al 34enne con più convinzione di come non fu per Robbie Gould. Con la mania dei 4° down di Ben Johnson il punger Tory Taylor ha visto praticamente crollare il suo apporto alla squadra, andando un po’ a vanificare quella grande scommessa da 4° giro al draft che ancora brucia a diversi tifosi. Chiudo la parte di special team con un encomio ad uno dei giocatori silenziosamente più forti, disponibili ed utili che abbia mai visto: quel Josh Blackwell che ha regalato la vittoria ai Bears andando a bloccare il Field goal a tempo scaduto a dei Raiders senza speranza e riportando i Bears sul 2-2. E che l’anno prima si era addirittura inventato ritornatore su un trick play che gli era valso il TD del vantaggio al Lembeau Field con un ritorno di punta da 94 yard.

COACHING STAFF

Il binomio Johnson-Allen sembra essere veramente un duo di folli scriteriati. Difficile capire chi dei due, in questo binomio degno di Paura e delirio a Las Vegas, rappresenti in effetti Raoul e chi il Dottor Gonzo. Il 2025 ha funzionato, come non è ben chiaro, ma ha funzionato. Sicuramente Ben Johnson ha mostrato alcuni limiti di esperienza, ma mi sento di dire che il genio, l’estro e la preparazione lo rendono pronto per la NFL. Il Mad Scientist ha finalmente portato a Chicago quello che mancava: un HC a trazione offensiva che quando la partita si mette male e i suoi ragazzi soffrono ti tira fuori dal cilindro lo schema da attuare al momento giusto e con i tempi giusto per cambiare il momentum alla partita. Dennis Allen invece è l’esperienza fatta persona che compensa quello che l’attacco prende in termini di numeri e opzioni in off-season e lo trasforma in qualcosa di competitivo. Non ci rimane che sperare onestamente che il binomio rimanga e si consolidi nel tempo, e che non arrivino subito le prime offerte se avremo una stagione come quella appena passata.

Record previsto: 10-7

Il problema dei Bears del 2026 ha un nome preciso: le aspettative. Giocare senza pressioni, con un roster ricostruito e una città che si accontentava di vedere segnali di vita, è un lusso che Chicago non può più permettersi. Adesso i Bears sono attesi, e questo cambia tutto. Le perdite di Moore, Dalman e Trapilo non sono numeri su un foglio Excel: sono tre pezzi di un puzzle offensivo che aveva appena trovato la sua forma. I rimpiazzi — Raymond, Bradbury, la scommessa Zion Thomas — portano tutti la stessa etichetta: “nel frattempo”. Sull’altro lato del campo, la partenza di Edmunds lascia un vuoto di intelligenza difensiva che Thieneman e Devin Bush dovranno dimostrare di saper colmare, e Gordon deve restare in piedi. Sweat è l’asterisco su cui si regge buona parte dell’ottimismo difensivo, e su Odeyingbo aleggia ancora l’ombra di un contratto che pesa più delle sue prestazioni. Dieci vittorie e sette sconfitte non sono un fallimento. Sono la fotografia di una squadra che sta crescendo con i conti in ordine e un allenatore che sa cosa sta facendo. Il resto lo dirà il campo, come sempre.

I nostri voti

Offense - 8
Defense - 6.5
Coaching Staff - 8.5

7.7

Il problema dei Bears del 2026 ha un nome preciso: le aspettative. Giocare senza pressioni, con un roster ricostruito e una città che si accontentava di vedere segnali di vita, è un lusso che Chicago non può più permettersi.

luca chiavacci bears

T.Shirt e tazze di Huddle Magazine Merchandising

Articoli collegati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Pulsante per tornare all'inizio
Chiudi

Adblock rilevato

Huddle Magazine si sostiene con gli annunci pubblicitari visualizzati sul sito. Disabilita Ad Block (o suo equivalente) per aiutarci :-)

Ovviamente non sei obbligato a farlo, chiudi pure questo messaggio e continua la lettura.