Una settimana al Super Bowl

La settimana del Super Bowl è un universo parallelo dove il football americano diventa il centro assoluto di tutto. Per chi la vive da giornalista, significa giorni intensi tra conferenze stampa, eventi e una logistica che mette alla prova anche i più organizzati. Grazie alla Gazzetta di Mantova e a Huddle Magazine, abbiamo potuto vivere una settimana da inviati sul campo per il più grande evento che il football possa conoscere.

La scelta dell’hotel a Santa Clara si è rivelata un’arma a doppio taglio. Da un lato, la posizione strategica rispetto al Levi’s Stadium e ai media center delle squadre ha reso le mattinate decisamente più gestibili: conferenze stampa raggiungibili in pochi minuti, possibilità di tornare in camera per lavorare tra un appuntamento e l’altro, vicinanza al teatro delle operazioni. Per chi deve seguire quotidianamente gli allenamenti e le dichiarazioni di Patriots e Seahawks, Santa Clara è la scelta razionale.
Dall’altro lato, però, il prezzo da pagare è stato alto quando si trattava di raggiungere San Francisco per gli eventi programmati al Moscone Center e zone limitrofe. La Bay Area non è esattamente compatta: tra Santa Clara e la città ci sono almeno 70 chilometri che, con il traffico californiano, possono tradursi facilmente in un’ora e mezza di viaggio. Ogni spostamento andava pianificato con cura millimetrica, considerando anche il ritorno a notte fonda.

Mancato l’evento clou della settimana, l’opening night, svoltasi lo stesso giorno del nostro arrivo, l’altro momento importante per i media è stato indubbiamente il Media Party organizzato da EA Sports nella loro sede di Redwood City. E qui si è materializzata l’essenza stessa della EA: un colosso dell’intrattenimento sportivo capace di creare esperienze memorabili, ma con qualche contraddizione interessante. L’impatto visivo è immediato: la sede dispone di un campo da football di dimensioni ridotte in erba sintetica, uno di quegli investimenti che urlano “qui il football è preso sul serio”. Un benefit per i dipendenti che probabilmente in pochi altri posti al mondo possono vantare. È il tipo di dettaglio che fa la differenza nella Silicon Valley, dove attrarre e mantenere i talenti significa anche offrire esperienze uniche. Ma poi arriva il paradosso. Una parte sostanziosa dell’evento era dedicata alla presentazione dei prodotti EA – Madden NFL in primis, naturalmente, ma anche gli altri titoli della loro scuderia sportiva. Stand allestiti con cura, postazioni demo pronte per essere testate, personale disponibile a illustrare le novità. Tutto perfetto, o quasi: quella zona era praticamente deserta. I giornalisti presenti, evidentemente, avevano ben altro in mente.
Perché la vera attrazione era dall’altra parte: il catering. E qui EA non ha badato a spese. Un buffet degno dei migliori eventi della Bay Area, con quella varietà e qualità che ti aspetti quando un gigante tecnologico decide di fare le cose in grande. Il risultato? Un’orda di giornalisti affamati – letteralmente e metaforicamente – che presidiava i tavoli del cibo con una determinazione che raramente si vede nelle conferenze stampa.
La scena era quasi comica nella sua prevedibilità: da un lato postazioni gaming abbandonate a se stesse, dall’altro giornalisti che socializzavano, mangiavano e discutevano di football attorno a piatti di alta qualità. Un memento interessante su cosa davvero attragga i media in questi eventi: non tanto i prodotti (che tutti conoscono già), quanto l’opportunità di networking e, perchè no, di un buon pasto gratuito in un contesto informale.

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Ma il vero test è arrivato domenica 8 febbraio, il giorno della partita. Il Levi’s Stadium, con la sua capacità espansa a oltre 70.000 spettatori per l’occasione, si è trasformato in una città nella città. E come ogni città durante un grande evento, ha mostrato tutti i suoi limiti infrastrutturali.

La Media Work Room, il quartier generale dei giornalisti, era il nostro punto di riferimento: postazioni di lavoro, connessione internet garantita (fondamentale), monitor per seguire il pre-partita. Ma il vero shock culturale è arrivato quando si è trattato di muoversi all’interno dello stadio. Il Levi’s Stadium è uno degli impianti più moderni della NFL, inaugurato nel 2014 con tutte le tecnologie del caso. Eppure, nemmeno la Silicon Valley riesce a risolvere il problema fondamentale di ogni grande evento: cosa succede quando decine di migliaia di persone decidono di fare la stessa cosa nello stesso momento. Le file erano ovunque. Per qualsiasi cosa. Volevi un hot dog? Fila di venti minuti. Una birra? Stessa storia. Il merchandising ufficiale all’NFL Shop era un’esperienza quasi mistica: serpentoni umani che si snodavano per i corridoi, con gente disposta ad aspettare mezz’ora per comprare una felpa commemorativa a prezzi che definire “californiani” è un eufemismo.

Ma il vero dramma era rappresentato dai bagni. Qui si materializzava la legge non scritta di ogni grande evento: non importa quanti gabinetti ci siano, non saranno mai abbastanza. Code che sembravano infinite, con quel misto di rassegnazione e urgenza tipico di chi sa che perderà almeno un quarto di gioco ma non ha alternative.
Il paradosso è che gli spalti, per quanto gremiti, erano gestibili. Il problema era tutto concentrato nelle viscere dello stadio, in quei corridoi che durante la partita diventano arterie congestionate di umanità in movimento. Tra i concourse intasati, le aree ristoro prese d’assalto e i punti vendita trasformati in mercati persiani, muoversi all’interno del Levi’s Stadium durante il Super Bowl era un’impresa che richiedeva pianificazione militare e pazienza zen.

 

 
 
 
 
 
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Per noi della stampa, c’era almeno il vantaggio di poter tornare nella Work Room, un’oasi di relativa tranquillità dove lavorare ai pezzi, controllare le statistiche e, soprattutto, evitare le resse. Ma ogni volta che serviva fare un giro per carpire l’atmosfera o intercettare qualche ospite VIP nelle zone accessibili, significava immergersi in quel flusso umano caotico che è l’essenza stessa del Super Bowl: uno spettacolo nello spettacolo, dove l’esperienza del pubblico è fatta tanto di quello che succede in campo quanto di quello che succede fuori.

Al di là degli aneddoti e delle file interminabili, la settimana del Super Bowl resta un’esperienza professionale unica. È il momento in cui il football si trasforma in un fenomeno totale: sport, spettacolo, business, cultura pop tutto insieme. Per un giornalista significa destreggiarsi tra dichiarazioni ufficiali e retroscena, tra l’atmosfera da circo mediatico e la necessità di trovare l’angolo giusto per raccontare una storia che tutti stanno raccontando.
Il Levi’s Stadium, con i suoi oltre 70.000 spettatori e le sue contraddizioni infrastrutturali, ha incarnato perfettamente lo spirito del Super Bowl: grandioso e claustrofobico, tecnologico e caotico, efficiente e sopraffatto allo stesso tempo. Santa Clara e San Francisco diventano per una settimana il centro del mondo sportivo americano. E anche con tutti i disagi logistici, anche con eventi che non sempre vanno come previsto, anche con file che sembrano non finire mai, resta un privilegio poterlo raccontare da dentro.

T.Shirt e tazze di Huddle Magazine Merchandising

Massimo Foglio

Segue il football dal 1980 e non pensa nemmeno lontanamente a smettere di farlo. Che sia giocato, guardato, parlato o raccontato poco importa: non c'è mai abbastanza football per soddisfare la sua sete. Se poi parliamo di storia e statistiche, possiamo fare nottata. Siete avvertiti.

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