Il football è spettacolo puro. Gli stadi ribollono, l’atmosfera è incandescente e la passione sfiora l’eccesso. In campo si consuma un sacrificio continuo: i colpi presi per proteggere un compagno, il sudore, il dolore. E poi le vittorie, le sconfitte, la gloria e la caduta. Tutto questo, questo spettacolo totale, il cinema è riuscito a catturarlo come pochi altri sport.
Il grande regista
Siamo nel 1974. Robert Aldrich ha già lasciato il segno con The Dirty Dozen (Quella sporca dozzina), dove un gruppo di galeotti, durante la Seconda guerra mondiale, viene reclutato per una missione suicida. Uomini duri, spietati, fisici. Tra loro anche una leggenda dello sport: Jim Brown, icona dei Cleveland Browns.
Forse è proprio da quell’incontro che nasce l’idea di portare il football sul grande schermo.
Così, nel 1974, Aldrich dirige The Longest Yard (Quella sporca ultima meta). Il protagonista è Burt Reynolds, nei panni di Paul Crewe: ex quarterback caduto in disgrazia, costretto a scontare la pena in un carcere dove organizzerà una squadra di detenuti per affrontare le guardie. Aldrich mantiene i detenuti, ma modifica lo scenario: il campo di battaglia diviene il campo da football. Un film ruvido, fisico, autentico. Impreziosito dalla presenza di Ray Nitschke, due volte campione del Super Bowl con i Packers.
Nel 2005, lo stesso Reynolds torna nel remake al fianco di Adam Sandler. Il tono cambia: più leggero, più comico, con partecipazioni di ex stelle NFL e wrestler e una colonna sonora tra l’urban e il rock. La storia resta, ma lo spirito si ammorbidisce. Il Crewe di Sandler è meno violento, più ironico. Il finale ha lo stesso esito, ma un sapore completamente diverso: quello di un lieto fine annunciato.
Il documentarista
Controverso, viscerale, quasi ossessionato dalla realtà: Oliver Stone. Sceneggiatore di Scarface, Stone porta il football a un livello ancora più immersivo con Any Given Sunday.
Siamo a Miami. Un quarterback titolare si infortuna, e al suo posto entra una riserva talentuosa ma ingestibile, interpretata da Jamie Foxx. Dall’altra parte c’è una nuova proprietaria, incarnata da Cameron Diaz, pronta a rivoluzionare tutto: persino trasferire la squadra a Los Angeles. Al centro del caos, l’head coach Tony D’Amato: un Al Pacino straordinario, che regge il peso di una squadra e di un sistema sull’orlo del collasso.
Stone dirige con uno stile quasi documentaristico: le immagini di gioco sembrano trasmesse in diretta televisiva, sporche, violente, reali. Il casco diventa un elmo da gladiatore, il campo un’arena. L’epica esplode nel finale, costruito come un peplum moderno. E poi c’è quel monologo nello spogliatoio: “i centimetri”. Un manifesto dello sport di squadra, del sacrificio condiviso, della lotta per ogni singolo spazio. Nel film compaiono anche leggende come Lawrence Taylor e ancora Jim Brown, a chiudere il cerchio tra realtà e finzione e a chiudere questo articolo. Proprio con Jim Brown, il filo conduttore di queste due grandi opere.
Se si vuole raccontare il football al cinema, è inevitabile partire da queste due pellicole. Ma fermarsi qui sarebbe un errore. Perché il football, come il cinema, è fatto di storie.
E ce ne sono ancora molte da raccontare.




