In un momento storico che vede purtroppo il mio amato stato del Minnesota, dove ho passato un lungo periodo della mia adolescenza, al centro dei notiziari per i noti motivi di cronaca, i Minnesota Vikings hanno licenziato il General Manager Kwesi Adofo-Mensah, una svolta scioccante che arriva al termine di una stagione fallimentare che ha visto la franchigia mancare l’obiettivo minimo dei playoff. Interessante notare come lo stesso General Manager aveva ricevuto un’estensione contrattuale pluriennale nemmeno un anno fa, con il Presidente dei Vikings, Mark Wilf che aveva sottolineato all’atto della firma come “La leadership, la visione e la collaborazione di Kwesi con il nostro staff tecnico hanno posizionato i Minnesota Vikings verso un successo duraturo”.
E invece, con una mossa a sorpresa, venerdì 30 gennaio i fratelli Mark e Zygi Wilf, proprietari della squadra, hanno rivelato la separazione da Adofo-Mensah per poi rivelare che la figura del General Manager sarà ricoperta pro tempore da Rob Brzezinski, ai Vikings dal 1999 e dal 2014 Executive Vice President of Football Operations, con il compito principale di negoziare contratti adatti alla struttura del salary cap dei Vikings. La scelta del prossimo GM avverrà dopo il Draft di fine aprile, che verrà gestito insieme alla Free Agency da Brezinski, rinomato in ambito NFL per le sue doti di guru del cap. Dal mio punto di vista questa è già una gigantesca red flag, visto che si sta chiedendo a una persona che si è occupata essenzialmente di soldi per tutta la sua carriera professionale di occuparsi improvvisamente di persone (per certi versi lo stesso errore fatto assumendo Kwesi). Rob B., che non ha mai fatto scouting, si ritroverà per la prima volta a dover gestire un ruolo di primo piano, nel quale le tensioni sono all’ordine del giorno.
Brzezinzki poi, come indicato in conferenza stampa sempre da Mark Wilf, sarà coadiuvato nelle scelte da O’Connell, che a sua volta ricorrerà sicuramente ai consigli del Defensive Coordinator Brian Flores. Permettere all’Head Coach di prendere decisioni riguardanti il personale è una mossa rischiosa che ha funzionato in passato con nomi del calibro di Bill Belichick, Sean Payton e Andy Reid, ma che è fallita miseramente con Mike Holmgren, Chip Kelly, e Bill O’Brien. O’Connell ha già dimostrato di avere qualche difficoltà a gestire le maggiori responsabilità derivanti dall’incarico attuale rispetto a quello precedente di Offensive Coordinator. La scelta definitiva di un GM dovrebbe quindi essere prioritaria per la proprietà (si parla molto di George Paton, attuale GM dei Broncos, già ai Vikings dal 2007 al 2020 e ben visto a Eagan) per permettere a Rob B. di tornare a fare quello che sa fare meglio (pare ci fosse lui la scorsa stagione dietro il ritorno, rivelatosi praticamente inutile, del WR Adam Thielen in cambio di una quarta scelta), e non sovraccaricare O’Connell, permettendogli di gestire unicamente le questioni di campo.
Come sempre in questi casi, molti outlet mediatici hanno fatto a gara per trovare i possibili responsabili per l’allontanamento del GM, esplorando l’intera gamma di teorie, alcune più veritiere e altre un po’ più fantasiose. Kwesi è arrivato ai Vikings nell’offseason del 2022, scegliendo subito Kevin O’ Connell come Head Coach. Prima di lavorare nella NFL, Adofo-Mensah aveva lavorato come portfolio manager e trader di materie prime a Wall Street. Era stato scelto per il suo presunto talento nell’applicazione delle analytic (l’applicazione di metodologie statistiche e big data per analizzare le prestazioni, ottimizzare le strategie di gioco e supportare le decisioni manageriali di squadre e atleti) al salary cap.
Sicuramente le ragioni principali del licenziamento sono abbastanza evidenti:
- Quarterback. O’Connell voleva Drake Maye al Draft 2024 ed era pronto a fare qualsiasi cosa per averlo, mentre Kwesi aveva stabilito un tetto massimo che non era disposto a superare, e così è arrivato JJ McCarthy; nella stessa offseason poi, Adofo-Mensah h inanellato una serie di scelte rivelatesi incorrette. Ha lasciato partire Sam Darnold, che è andato ai Seahawks (dove ha appena vinto il Super Bowl LX, tanto par alimentare ulteriormente i rimpianti della fan base del Minnesota), ha supposto erroneamente che Daniel Jones avrebbe firmato un nuovo contratto e sarebbe rimasto a Minnesota e infine si è opposto all’arrivo di Aaron Rodgers, sebbene O’Connell avesse indicato che McCarthy non era pronto e che ai Vikings serviva un‘opzione alternativa valida, che non è mai arrivata.
- Trades. Probabilmente a causa del suo background borsistico, Kwesi adorava scambiare giocatori, spesso coinvolgendo scelte al Draft negli scambi. Peccato che queste mosse, quasi sempre, non hanno funzionato e molte volte, specie per muoversi all’interno del Draft (trade up e trade down) sono costate troppo. Spesso poi, non è riuscito ad ottenere un equo ritorno, come quando ha scambiato giocatori come Harrison Phillips ed Ezra Cleveland, molto produttivi nelle rispettive nuove squadre, ciascuno per una sesta scelta.
- Draft. L’ex GM ha contribuito alla vendita di antiacidi nello stato del Minnesota riuscendo in quattro iterazioni del Draft a portare a casa 0 convocazioni al Pro Bowl tra i 28 giocatori scelti. Il disastro principale resta per me il suo primo Draft, nel 2022, dove con giocatori del calibro di Kyle Hamilton, Jordan Davis e Jameson Williams ancora disponibili ha pensato bene di fare trade down (scendere nel primo giro dalla 12^ alla 32^ scelta) e scegliere Lewis Cine, Safety di Georgia. Un dato che racchiude l’incompetenza di Adofo-Mensah? Le sole 172 partite da titolare (secondo peggior dato della Lega) accumulate dai 28 giocatori da lui selezionati al Draft nel quadriennio 22-25, contro una media NFL di 368.
- Free Agency 2025. Un fallimento assoluto l’arrivo di Ryan Kelly (quasi sempre assente per infortunio), Will Fries, Javon Hargrave e Jonathan Allen, gli ultimi tre strapagati per quello che hanno fatto vedere in campo.
Le colpe del GM sono innegabili e chiaramente identificabili, ma personalmente trovo un po’ ridicola la narrativa binaria, troppo semplicistica che assegna la stragrande maggioranza delle colpe della mediocrità vichinga a Kwesi. Sono abbastanza convinto che l’intero processo decisionale del Draft 2024, che ha portato alla scelta di JJ McCarthy, sia stato pianificato e condotto sotto la supervisione di Kevin O’Connell, così come credo che l’Head Coach abbia sicuramente influenzato le decisioni in fatto di QB prese la primavera scorsa (le partenze di Darnold, Jones e il mancato arrivo dei vari Rodgers, Tannehill, Flacco), e assolverlo da qualsiasi responsabilità per come sono andate le cose non sarebbe accurato. Ma del ruolo di O’Connell nella faccenda ne parleremo altrove.
Ritorniamo al licenziamento di Adofo-Mensah. La cosa che più mi ha colpito di questa scelta è stata la scelta del momento. in questa offseason l’ex GM era già stato a fare scouting di prospetti all’East-West Shrine Bowl, e la settimana prima di essere allontanato era in Alabama per intervistare e osservare giocatori al Senior Bowl. Perché aspettare a licenziarlo, lasciandogli compiere i primi, importanti passi nella preparazione del Draft e con la free agency era all’orizzonte? E allora, finalmente, arriviamo al pezzo del puzzle che spesso viene ignorato quando si discute in maniera dettagliata dei mali della franchigia della “terra dei 10,000 laghi”: la proprietà.
Io credo fermamente che la responsabilità dei fallimenti che hanno portato agli eventi recenti inizi proprio dai fratelli Wilf, al comando dal maggio del 2005. Zygi (Chairman) e soprattutto Mark (Presidente), la vera faccia della franchigia, vivono nel New Jersey, lontani da tutto ciò che accade a Eagan. Questo aspetto, spesso sottovalutato ma di fondamentale importanza, ha comportato un’ignoranza o, nel migliore dei casi, un ritardo nel venire a conoscenza delle problematiche gestionali complesse che derivano dalla direzione di una franchigia NFL, con il risultato che tali situazioni si protraggono oltremodo, spesso creando prolungate entropie nel Front Office, come stiamo leggendo un po’ dappertutto in questi giorni. Non basta spendere per essere buoni proprietari. Bisogna investire tempo e fare sacrifici per ottenere risultati importanti, ma soprattutto essere presenti. Da buoni palazzinari della East Coast, legati a un certo background, profondamente radicati nel loro ambiente ancestrale (all’atto di acquistare la squadra confessarono candidamente di essere accesi tifosi dei New York Giants), l’impressione che ho ricavato in questi 20 anni è che, al netto di un interesse di facciata, i Wilf abbiano sempre vissuto quest’avventura in maniera distaccata, ritenendo l’accesso al ristretto club dei proprietari NFL come un punto di arrivo e non di partenza, un po’ come essere finalmente ammessi a quell’esclusivo Country Club al quale abbiamo sempre sognato di appartenere. Non può sfuggire agli osservatori più attenti che i due fratelli, figli di un ebreo sopravvissuto all’Olocausto, ci hanno messo seriamente la faccia spendendosi in prima persona solo nel periodo precedente all’ottenimento del nuovo stadio, una fase che poi è risultata essere l’unica che ha visto una loro presenza stabile a Minneapolis, per poi tornare a telepilotare la squadra in remote dal New Jersey.
La parola culture è stata usata spesso nel 2022 dopo che Rick Spielman e Mike Zimmer sono stati licenziati rispettivamente da general manager e allenatore, sostituiti da Adofo-Mensah e Kevin O’Connell. La cultura era peggiorata sotto Spielman e Zimmer e i proprietari volevano che questo cambiasse. Ma non basta agitare una bacchetta magica, annunciare il cambiamento culturale e andarsene. La cultura è sempre fantastica quando una squadra vince, ma cosa succede quando i Vikings vincono solo quattro delle prime 12 partite? Quanti dipendenti, ubbidendo all’istinto di autoconservazione, sono stati sinceri nel rispondere durante la fase di review di fine anno quando gli è stato chiesto cosa fosse andato storto e quale responsabilità avessero loro? Ci tengo a sottolineare che non voglio in alcun modo difendere Kwesi — ero d’accordo con la decisione di licenziarlo — ma piuttosto la preoccupazione mia e di molti tifosi che i Wilf non abbiano ricevuto informazioni complete o veritiere di ciò che è successo in questa durante la turbolenta stagione appena conclusa.
Del resto, al termine della fatidica stagione 2021, prima di stravolgere i vertici del Front office, Mark Wilf aveva parlato della necessità di assumere “leader forti, comunicatori e collaboratori.” Tutto molto bello e giusto, ottime caratteristiche, ma spetta alla proprietà assicurarsi che vengano trasmesse quotidianamente alla squadra dal GM e dall’allenatore.
Se Mark avesse voluto fare il presidente sul serio si sarebbe dovuto trasferire in Minnesota, per gestire in prima persona la squadra e le sue molteplici attività quotidiane, ma temo che oramai, a più di vent’anni dall’entrata in società, questa cosa non avverrà mai. I fratelli si sono sempre interessati in maniera indiretta di ciò che avviene intorno ai Vikings, e al netto delle solite frasi di circostanza, le conferenze stampa incolori e insapori post licenziamento sono per me l’indicazione che si continuerà nel solco tracciato, mantenendo lo status quo attuale, che è per il loro modo di vedere le cose, soddisfacente. Continueranno a vedere i Vikings attraverso il prisma deformato di informazioni di seconda mano, spesso fornite da persone che pensano al proprio tornaconto e raccontano la propria versione delle cose. Sono dei discreti proprietari (chiariamoci, ce ne sono di molto peggio nella NFL), ma non hanno mai realmente dimostrato di voler veramente almeno provare a fare tutti i passi necessari per arrivare fino in fondo, a cominciare da questa forma imperfetta di gestione a distanza, accontentandosi di essere relevant e di mantenere la squadra per anni in uno stato di competitive rebuild, termine amatissimo dai Wilf che descrive lo status della squadra in questi ultimi anni e fa rizzare i peli della schiena a molti tifosi, incluso il sottoscritto.
E allora, a due decenni dall’ingresso in una franchigia che di recente è stata valutata 6,3 miliardi di dollari e che l’anno prossimo festeggerà 50 anni dall’ultima apparizione in un Super Bowl, prima di fare la prossima mossa, prima di scegliere il prossimo GM, che potrebbe anche essere lo stesso Brzezinski, visto che il 5 febbraio scorso è stato assunto Matt Thomas (undici anni a Seattle come Vice President of Football Operations) nel ruolo di consulente amministrativo per aiutare l’organizzazione a gestire il Draft 2026, quello che i Wilf dovrebbero davvero fare è guardare internamente a come gestiscono i Vikings e se, forse, devono assumere un ruolo più diretto e più attivo. Magari non sarà l’approccio preferito, ma se dovesse essere utile per portare a Minneapolis il primo anello della nostra storia, sarebbe un piccolo prezzo da pagare.




