La mia età, ormai, è quella che è (e questo si sa) ma i miei gusti musicali continuano ad essere talmente vari che è dura definirli. Questo però non mi precluderebbe, nel caso, di rendermi promotore di un referendum popolare per abolire per legge il reggaeton. E’ un mio limite? Può essere. E’ dovuto all’overdose di brutta roba che ci piomba addosso ogni estate da qualche anno a questa parte? Forse, ma ciò non toglie che non ce la posso fare.
Quindi, quando la NFL ha annunciato che l’Halftime Show del Super Bowl LX sarebbe stato affidato a Bad Bunny, per me non è stato un bel momento. Fate uno sforzo, magari fatevi anche una risata alle mie spalle, ma capitemi. Non si tratta di nostalgia del rock (anche se è quella la musica con cui sono cresciuto), niente di personale contro il buon Benito Antonio ma è proprio che… ufff… ma perché il reggaeton? Direttore, ma devo farlo proprio io il pezzo sullo show? Risposta: sì. Domanda: Maaa… sicuro sicuro? Risposta: sì. Ok…
Di nuovo: non discuto il personaggio, artista poliedrico, cantante, autore, attore, pure wrestler a tempo perso. Un Grammy fresco fresco come miglior album (mica bau bau micio micio cit.) che si aggiunge agli altri innumerevoli premi già raggranellati in una carriera di 10 anni e 8 album. Il ragazzo fra l’altro è stabilmente nei primi 3 artisti più ascoltati al mondo su Spotify dal 2020 ad oggi. Mai uscito dai primi 3, e per 3 anni è stato anche il numero 1. E poi ce l’ha con Trump, il che male non fa. Però, il reggaeton… Con questo spirito mi sono approcciato allo show, dopo aver faticato a restare sveglio per tutto il primo tempo di una partita francamente povera di emozioni.
Al termine dello spettacolo devo dire di aver provato sensazioni simili allo show del 2020, quello dedicato al rap losangelino e una scenografia che (quasi) ti portava dentro Compton, per cercare di farti assaporare ancora di più il senso di quello che stavi ascoltando. Ecco, fatto il debito distinguo fra il rap di Dre & co. e quello di Benito Antonio, l’impressione è stata la stessa.
La scenografia montata, usata e smontata in venticinque minuti ci ha portato dritti dentro al Caribe, ad un paesaggio e ad un modo di vivere che non puoi scindere dalle canzoni e dai testi di Bad Bunny se vuoi capirne il senso e andare al di là del ritmo facile. E, devo dirlo, non me la aspettavo. Mi attendevo un palco più o meno normale, una miriade di fondischiena femminili a twerkare e dimenarsi (e su quello, in effetti, non sono andato molto lontano…) ma sono stato piacevolmente spiazzato dall’impianto scenico studiato per lo show.
Bad Bunny si è mosso in continuazione per tutta la scena, dando l’impressione di attraversare uno dei suoi paesi nella sua Portorico e portando anche noi dentro a questo immaginario. E ricorro qui all’aiuto del buon John che, nella chat Telegram di Huddle Magazine, ha postato un elenco di tutti gli ‘easter egg’ nascosti nella scenografia e che, una volta decifrati, danno un senso diverso a tutto l’insieme:
- La maglietta 64 prima avevo pensato fosse 60 come l’edizione del super Bowl invece è il numero delle vittime dell’uragano in Porto Rico.
- La piantagione, ciò che fu l’isola prima del turismo con i latifondi e gli schiavi/lavoratori.
- Sulla maglia il cognome della madre (avendo il doppio cognome) rispetto all’unico cognome usato nei paesi occidentali e la rappresentazione della famiglia latina dove la mamma o la nonna è il centro di tutto.
- Il cocco frio l’omaggio ai venditori ambulanti che in alcuni posti sono “illegali” perché le noci di cocco sono rubati dalle proprietà private, a cui si aggiungono tutti i baracchini tipici degli ambulanti.
- Il tavolo di domino collegato alla canzone dedicata al nonno tipico gioco da tavolo di tutto il Centro America.
- I mattoni con le tipe attorno che è la tipica situazione della pausa pranzo per i lavoratori dell’edilizia sulle isole.
- Villa tacos taqueria bid gourmet della guida Michelin tra i favoriti degli americani: volete il nostro cibo ma non noi.
- L’omaggio alla nobile arte della boxe con le bandiere di Messico e Portorico.
- L’anello che viene preso da una casa di pegno dove di fatto la sfortuna di uno (chi deve impegnare) diventa la fortuna di un altro.
- Il matrimonio è un matrimonio vero.
- La casa con l’antenna parabolica, che è l’unico vero legame tra gli USA e i paesi latini, che porta nelle case gli show dell’America; il colore dell’antenna – grigio – non è causale e nemmeno il tetto che crolla, problema di tante costruzioni improvvisate sulle isole.
- La ricostruzione del tipico store atm + liquori, il più rapinato nei film americani e tipicamente gestito da immigrati.
- Il bambino a cui dà il Grammy è lui da piccolo, e a cui dice di credere in se stesso davanti alla vecchia tv.
- Il musicista tipico con la chitarra (omaggio ai tanti Compay Segundo che non ce l’hanno fatta e rallegrano le giornate di molti).
- Ricky Martin (altro eroe musicale portoricano nda) che canta la canzone dove dice “vogliono togliermi il fiume e la spiaggia che non succeda come alle Hawaii, meta turistica topo ma dove i locali non hanno più nulla e hanno fatto posto ai grandi alberghi”. E, in ultimo, i pali della luce che saltano, a rappresentare i continui blackout nelle isole per i local dove invece gli alberghi hanno sempre la corrente.
La musica è stata più o meno quella che ci aspettavamo, fra le canzoni di Bad Bunny ce ne sono di conosciutissime e sentite almeno una volta da tutti, e in uno show del genere non si poteva prescindere dalla musica. Ma serviva andare oltre, ascoltare bene le parole sopra la musica, percepire il senso di uno spettacolo che, paradossalmente, è stato quasi una protesta festosa nel cuore dello spettacolo più caro agli americani, il Super Bowl, quasi la loro “messa laica”. La reazione scomposta – anche se tristemente prevedibile – del POTUS in carica contro lo show, del resto, è stata un po’ la prova che il nervo è stato toccato.
Bisognava però andare al di là del reggaeton per accorgersene, e questo forse non è semplicissimo da fare se si guarda solo alla musica: come si sa, la musica è in fondo questione di gusti. Ma, una volta fatto lo sforzo, ci si accorge di essersi trovati di fronte ad uno spettacolo inatteso, un po’ fuori dal normale e, proprio per questo, riuscitissimo. E, forse, da rivedere. Nonostante il reggaeton. Bravo.
VOTO: 9- (il – è per il reggaeton, capitemi…)
LA SCALETTA
- Tití Me Preguntó
- Yo Perreo Sola
- Safaera
- Party
- Voy a Llevarte Pa’ PR
- Eoo
- Monaco
- Die with a Smile (with Lady Gaga)
- Baile Involvidabile
- Nuevayol
- Lo Que Le Pasò A Hawaii (with Ricky Martin)
- El Apagón
- Café Con Ron
- DebÍ Tirar Más Fotos
Bad Bunny’s Full #SuperBowlLX HalfTime Show pic.twitter.com/2iI5dzkdB4
— celebsnapz (@celebsnapzx) February 9, 2026




