Alcune partite non cambiano una stagione, ma cambiano il modo in cui una squadra si guarda allo specchio. Gli Steelers arrivavano a Baltimore con le ossa scricchiolanti, la fiducia dimezzata e un attacco che nelle ultime settimane era sembrato più un esperimento che un piano. Ma, era per partite come questa che i Pittsburgh Steelers avevano deciso di affidare la loro stagione ad Aaron Rodgers. O, più precisamente, era per prestazioni come quella vista al M&T Bank Stadium il 7 dicembre: completezza, leadership, capacità di cambiare la temperatura emotiva di una franchigia che arrivava da cinque sconfitte nelle ultime sette. Un gruppo che, per citare Bubby Brister, aveva iniziato a “scricchiolare pericolosamente”.
E invece, nel 65º capitolo di una delle rivalità più dure della NFL, Pittsburgh ha ritrovato la propria voce. Rodgers ha guidato la squadra a una vittoria 27-22, spezzando la parità in vetta alla AFC North e ricordando a tutti che, anche in una stagione instabile, gli Steelers restano gli Steelers: caotici, imperfetti, ma duri da abbattere quando conta davvero.
La prima serie offensiva dei Ravens è un pugno allo stomaco: drive solido, 3-0. Rodgers risponde come se stesse riavvolgendo la sua carriera. Bomba da 52 yard per Metcalf, poi touchdown personale con la sua esultanza-sigillo. Da quel momento, l’inerzia cambia colore. Pittsburgh va all’intervallo avanti 17-9, con un attacco finalmente armonico e una red zone pulita come raramente si era vista quest’anno. Il secondo tempo non è spettacolare, ma è maturo. Rodgers dialoga con Metcalf (148 yard), trova Warren in end zone, strappa terzi down con una naturalezza che era mancata per settimane. E quando l’attacco si inceppa, è la difesa a chiudere porte e finestre.
La difesa: imperfetta ma decisiva quando conta
I numeri non mentono: i Ravens hanno corso per 217 yard, e Pittsburgh ha sofferto fisicamente per larghi tratti. Senza Broderick Jones in attacco e senza Derrick Harmon in difesa, il trench war pendeva verso Baltimore. Eppure, quando è arrivato il momento della verità, la difesa degli Steelers ha stretto i denti.
Nel quarto periodo, i Ravens hanno 40 snap offensivi contro 9 di Pittsburgh, ma zero touchdown. Fermati su quattro down nella red zone. Fermati sull’ultima azione dal sack di Alex Highsmith.
Protagonisti nascosti ma fondamentali:
- Brandin Echols, firma low-cost della free agency, autore di un sack su Lamar Jackson, due takles e due third-down stops;
- James Pierre, protagonista di una stagione da favola, che contro il cugino Lamar ha firmato un intercetto spettacolare a una mano, oltre a cinque tackle e due pass breakups;
- Patrick Queen, ex Ravens, eroe silenzioso con una giocata salva-touchdown su Mark Andrews nonostante un infortunio.
La corsa dicevamo, è l ‘unica vera ombra nella vittoria degli Steelers perchè ha riguardato sia il reparto difensivo che quello offensivo. Pittsburgh ha prodotto appena 34 yard, due per portata, senza trovare spazi contro un front difensivo tutt’altro che élite. Gainwell e Warren restano due playmaker affidabili, ma la linea non ha generato alcuna spinta, segnale preoccupante in vista delle prossime sfide.
Con questa vittoria, e con i passi falsi di Bengals e Browns, gli Steelers tornano primi nella AFC North. Il calendario che li aspetta è una salita ripida — Dolphins, Lions, Browns, Ravens — ma almeno ora Pittsburgh sembra di nuovo vivere il gioco, anziché subirlo.
Questa vittoria non riscrive la stagione degli Steelers. Non cancella i problemi, non garantisce nulla per gennaio, non elimina le critiche alla costruzione del roster o alle scelte di Tomlin. Ma ricorda una cosa fondamentale: il football può ancora essere divertente, vivo, pulsante.
E per una squadra che una settimana fa sembrava pronta a premere “avanti veloce verso l’offseason”, tornare a vincere a Baltimore, contro un rivale storico, con un Rodgers così…
è più che un successo: è una dichiarazione d’intenti.
Concludendo con un Tomlinismo: Keep watching. E, dopo questa partita, forse vale davvero la pena farlo.




