¡Hola Madrid!

Premessa: quanto leggerete qui è una somma di impressioni legate a come un tifoso vive una esperienza fantastica come quella dello scorso weekend. E’ un vissuto, una somma di considerazioni e di sensazioni rimaste dentro e buttate su carta (diciamo così) di getto. Le foto sono semplicemente fatte dal telefono, così come si riusciva a farle in mezzo alla folla. Anche le impressioni sull’incontro sono polarizzate in questo senso, quindi se cercate disamine tecniche ci sono articoli e podcast che sviscerano e approfondiscono una partita che, pur non essendo propriamente degna di essere consegnata alla storia del gioco, ha dato comunque una bella scarica di emozioni, amplificate dal fatto di essere vissute dal vivo in un ambiente alle soglie dell’irreale.

Finalmente domenica, quindi.
Reduci da una pioggia d’acqua e di emozioni che ha pochi termini di paragone con il passato (solo due parole: Dan Marino), siamo pronti mentalmente e fisicamente, dopo una colazione che lascia poco spazio a qualsiasi concetto di alimentazione sana e prelude ad una cena dove avremmo fatto fuori più vegani noi che non Goldrake in anni di onorata carriera.

Possiamo cercare di essere analitici quanto vogliamo, sviscerare come McDaniel sicuramente avrà il suo piano ma non il suo piano B in caso di imprevisti, possiamo sperare di riportare a casa Tua tutto intero nonostante la protezione non ottimale che la sua linea è in grado di offrire… Insomma possiamo mettere sul campo tutta la nostra onestissima cultura da appassionati, ma quando si aprono le porte della metro e davanti a te leggi che la fermata è “Santiago Bernabeu”, beh, il polso cambia frequenza.

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Qui cominciano a salire i battiti…

Lo sappiamo, la NFL non fa cilecca in nessun caso con le partite delle International Series, ma qui il clima da “prima volta” e lo scenario sono veramente notevoli e si fatica davvero a non ricorrere all’abusatissimo “iconici”.
Città monopolizzata da giorni da tifosi di ogni provenienza e di ogni squadra, una pioggia di colori e di personaggi nelle strade che ci danno davvero la sensazione giusta, che questa partita non sarà un esperimento isolato ma la prima di una nuova fase.

Prima dell’ingresso ci mettiamo a intervistare personaggi estratti con i criteri più assurdi da una folla allegra, caciarona ma disciplinata. Agganciamo un tifoso Dolphins del Maryland (amico, che vita difficile hai) con un paio di scarpe con una customizzazione dedicata ad Ace Ventura che… che nemmeno possiamo raccontare, tanto non ci credereste.
Tifosi messicani dei Washington Commanders con le maschere di Rey Misterio, trio di tifosi della Virginia con divise storiche della gloriosa epoca dei Redskins (Sonny Jurgensen, Joe Theismann e John Riggins) che si prestano a foto e interviste con noi, tra abbracci e sorrisi (a proposito, sono disponibili su Instagram).
Insomma, c’è un clima sano e l’organizzazione è quella che ti aspetti per un evento importante in una location leggendaria. Code chilometriche per lo Shop gestite in maniera decisamente funzionale, controlli all’ingresso rapidi, personale gentile ma deciso che ti accompagna esattamente fino al tuo seggiolino. Triste dirlo, cose a cui non siamo molto abituati nei nostri confini.

Appena si entra, l’impressione che dà lo stadio è addirittura migliore di quella che si ha all’esterno, dove la prima sensazione è quella a metà fra il tempio e una base spaziale. Lo stadio si sviluppa (molto) in verticale, quindi gradinate alte con scalini ripidi. Ma l’impatto visivo non è nulla meno che spettacolare, perchè anche i posti più alti (sul lato lungo del campo) hanno una visuale incredibile e lo stadio è letteralmente tappezzato di megaschermi.
In campo ci sono già long snapper, kicker e punter che saggiano il terreno e provano automatismi e calci. Jake Bailey che manda in orbita prolati fino al quarto anello, i due kicker che centrano i pali senza problemi da una sessantina di yard (ma sappiamo che in partita le cose cambiano…).
Manca più di un’ora, e mentre lo stadio si riempie cominci un po’ a parlare con vicini completamente randomici su un campionato non proprio esaltante, su tutti i vari perchè e percome la squadra è in un eterno giorno della marmotta (cit.) quando il volume dei rumori di fondo cresce improvvisamente, e dentro di te c’è una sola parola: “Eccoli!”.

La squadra è in campo!

Sì, sei nello stesso stadio dove c’è la tua squadra, Washington o Miami che sia, e quindi la parte adolescenziale del tifoso prende il sopravvento sulla quota anagrafica e dai subito il tuo contributo ai decibel, perchè sono entrati in campo i tuoi.

Lo stadio comincia a riempirsi davvero, le squadre provano un po’ di schemi vicino alle goal line, l’atmosfera comincia a salire di temperatura (e fidatevi, è stato un bene). Chiaramente da cortese ospite il Real Madrid fa gli onori di casa e lo stadio ad un certo punto si alza in piedi per applaudire Zinedine Zidane. E si entra nel cerimoniale prepartita, quindi la squadra di casa (i Miami Dolphins) invia due signori vestiti con la leggendaria giacca oro della Hall of Fame al centro del campo a salutare i tifosi. E credeteci, vedere lì vicino Dan Marino e Zach Thomas fa un certo effetto, proprio quello degli occhi a cuore…

Hall-of-Famers in trasferta

Coreografie prepartita, inni nazionali e finalmente si parte!

Primo drive ragionevole per ognuna delle due squadre, che vanno sul 3-3 nel primo quarto e sul 6-6 all’intervallo. Partita timida, attacchi un po’ sdentati e Washington combina qualcosa di più, anche se Matt Gay fallisce un FG da una distanza non impossibile. Più difese che attacchi, a dirla tutta. Ma dalle tribune si riesce a vibrare per ogni azione, ogni pallone in aria, ogni accelerazione tentata da Waddle, ogni corsa fra i tackle di Chris Rodriguez e ogni numero da illusionista di Achane.
Pregi e difetti delle due squadre sono già evidenti. Washington paga le assenze forzate di Jayden Daniels e di Terry McLaurin in attacco e la squalifica di Daron Payne in difesa (non si prende a pugni uno che di nome si chiama Amon Ra). Dal lato di Miami, Tua come di consueto deve sbarazzarsi del prolato prima che inizi seriamente a scottargli tra le mani, e i sack al terzo down sono esiziali. Va segnalata una prestazione mostruosa di Jordyn Brooks (venti placcaggi, forse uno anche su Zidane), presente veramente in ogni centimetro quadrato di campo.
Dagli spalti le sensazioni sono intense, vere. Parte l’embolo quando su un terzo e nove la tua difesa si lascia scappare Mariota che fa metà campo con uno scramble, ti spelli le mani quando sotto i tuoi occhi Devon Achane trasforma una possibile perdita di cinque yard (eh ma gli screen…) in un guadagno di otto senza mezzo blocco che sia mezzo.
E’ tutto vero, sei nel mezzo di una partita con i suoi picchi emotivi, i suoi eroi positivi e negativi. E quando all’inizio dell’ultimo periodo, come tradizione, ti ritrovi a cantare con tutto lo stadio “Sweet Carolina” e “Country Roads” beh, un po’ di magone sale su, proprio per quella sensazione di “Sabato del Villaggio”, della festa tanto attesa che si sta per concludere. Leopardi non ce ne vorrà se lo citiamo insieme a Tagovailoa e Mariota.

Tutte e due le squadre sembrano un po’ imballate, quasi una reciproca “paura di vincere”. Miami ha smarrito la garra mostrata contro i Bills, Washington più combattiva e disposta a prendere qualche rischio ma il punteggio resta lì. Un TD di Deebo Samuel a cui risponde un TD di Ollie Gordon, ma la parità non si schioda.

La partita comincia a svoltare quando Miami esce da una brutta situazione di campo con una notevole corsa di Ollie Gordon per iniziare un drive che potrebbe anche essere quello del match point sulla racchetta, ma Tua non riesce a far avanzare i suoi e il drive va in stallo sulle trenta difensive. Jake Bailey manda in orbita l’ennesima mongolfiera, Mike Sainristil maltratta e muffa, e Ethan Bonner veste i panni dell’eroe che non ti aspetti, facendo esplodere la tifoseria aquaorange perchè dai, non vuoi portare a casa almeno tre punti cominciando un drive già in raggio da field goal?

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Coach McDaniel però si mette anche nei panni di chi si è sobbarcato viaggio e biglietto, e vuole offrire un finale meno scontato di quanto possa apparire a prima vista. Miami quindi si avvicina alla goal line e fa consumare tutti i timeout agli avversari. Tifosi italiani che si smessaggiano da una tribuna all’altra “Ora calciamo e li lasciamo con 1:20 e senza timeout…”. Ormai Achane è esausto: troppi tocchi per questo ragazzo, non è Derrick Henry. Sul terzo down vicino alla goal line viene letteralmente sgualcito da tre difensori dei Commanders e nel raccapriccio generale resta a terra per un po’, fortunatamente rialzandosi senza altre conseguenze (e ci mancava solo questo…). Quarto down alla mano per Ollie Gordon, che non trova nemmeno l’idea di un buco fra centro e guardia sinistra.
Nuovamente palla ai Commanders. Qui McDaniel comincia a chiamare i timeout per avere di nuovo palla nel caso gli avversari riescano a metter punti (risparmio i commenti personali, nulla nella sfera del ripetibile), Mariota mette in aria la palla della vittoria ma Fitzpatrick non concede nè campo nè ricezione a Chris Moore.
Gay prova a chiuderla con un FG di 56 yards ma non centra i pali. Overtime.

Tua al lancio della moneta con Laremy Tunsil (ehi King, ci manchi…). Miami vince il sorteggio, Tagovailoa forse si impappina un po’ e dà ai Commanders il possesso. Con le nuove regole potrebbe anche starci (ricordatevi la faccia di Mahomes al SB quando i Niners scelsero di ricevere e lui faticò a non ridergli in faccia in mondovisione…), ma non abbiamo certezza sulle effettive intenzioni del QB cetaceo.

Com’è e come non è, Mariota va sotto centro.
Qui siamo pronti per entrare in un vortice di emozioni come solo una partita NFL riesce a dare.
Figuratevi dal vivo.
Figuratevi dal vivo al Bernabeu.
Shotgun. Ha tempo e vuole il suo bersaglio grosso, le sue mani sicure. Vuole Zach Ertz, facile. Palla non velocissima e forse poco poco corta. Dal nulla arriva quello che è considerato una sorta di tutto-o-niente della secondaria di Miami. Arriva in volo Jack Jones che alla prima azione dell’overtime intercetta Mariota, ritorna palla per qualche yard e nel delirio dei tifosi rifà la celebrazione di Cristiano Ronaldo.
Ora la possibilità di una vittoria di Miami è agganciata a due speranze: che Achane sia ancora in condizioni di portar palla e che un evanescente Tagovailoa non si metta a giocare a Heroball, che non è il suo.
Fortunatamente le cose vanno nel verso giusto, alla fine qualche regalo va anche accettato.
Achane porta Riley Patterson a distanza utile, palla dentro e titoli di coda.

Pesciones Simpaticos, vamos a ganar…

Non fa niente che la partita non ha propriamente riscritto i manuali del bel gioco offensivo, le emozioni vissute dagli spalti sono state sensazionali.
Organizzazione perfetta e non è una novità.
Ambientazione fantastica e ce lo aspettavamo.
Emozioni a non finire e poteva starci.
E la speranza ragionevolmente fondata di ripetere quello che non sembra proprio un esperimento.

Ciao Madrid, grazie di cuore.

T.Shirt e tazze di Huddle Magazine Merchandising

Mauro Clementi

Curioso esempio di tifoso a polarità invertita: praticamente un lord inglese durante le partite della Roma, diventa un soggetto da Daspo non appena si trova ad assistere ad una partita di football. Ha da poco smesso lo stato di vedovanza da Marino. Viste le due squadre tifate, ha molta pazienza.

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