
Tutto, ma proprio tutto, su Dalvin Cook
Ottocentocinquantotto (858) yard corse. Primo. Dodici touchdown su corsa. Primo. Tredici touchdown totali. Primo. Con solo sette partite. 91.2 di rating PFF. Primo. 36 tackle fatti saltare. Primo. Sei yard per ogni corsa. Secondo tra i running back, dietro a Miles Sanders (che ha portato la metà dei palloni però). 122,6 yard a partita. Primo. Ottantaquattro punti segnati. Primo. 1031 yard dalla linea di scrimmage. Secondo. 456 yard dopo il primo contatto. Secondo. 3.2 yard per portata dopo il primo contatto. Secondo. 5 corse da più di 20 yard. Secondo. Basterebbero le statistiche appena snocciolate come ode alla prima metà della stagione di Dalvin Cook.

Imbarazzante la superiorità rispetto agli altri running back anche nelle statistiche più avanzate. Prendiamo quelle del sito Football Outsiders. Sia in quelle che calcolano la prestazione totale parametrata agli avversari e alle tipologie di gioco effettuate: le Defense-adjusted yards above replacement sono 261, il secondo è Derrick Henry a 150. Sia quelle che valutano l’efficacia dei singoli giochi: nella Defense-adjusted value over average fa segnare un 32,5% rispetto al 25,3 del secondo, Darrell Henderson (Derrick Henry ha il 10,6%). Questo nonostante il 31,25% dei suoi “tocchi” siano affrontati con otto difensori nel box ad aspettarlo. Per lui anche 238 yard oltre quelle attese (Next Gen Stats) unico RB oltre le 150. E proprio le schede con tutte le portate di Next Gen Stats sottolineano un’altra serie di numeri da capogiro: 12 touchdown contro 4 portate negative su 144. Quattro portate negative come quattro portate oltre le 30 yard. Frutto anche della bontà delle outside zone run vichinghe che si coniugano perfettamente con le qualità di Cook e che lui adora più di ogni altra.
Non siete ancora stanchi di statistiche? Domenica contro Detroit ha nuovamente superato le 225 yard dalla linea di scrimmage, per la seconda partita consecutiva. Prima di lui c’erano riusciti nella Nfl solo Jim Brown (1963) e Deuce McAllister (2003). Ha segnato quattro touchdown in una partita (contro Green Bay) come ai Vikings non riusciva nessuno da Ahmad Rashad nel 1979. E l’unico altro a farcela era stato Chuck Foreman nel 1975. Lo stesso Foreman, sempre a metà anni Settanta, era stato l’unico Vikes ha guadagnare per due settimane filate oltre 200 yard dalla linea di scrimmage. Ah, nei Vikings hanno giocato personaggi come Adrian Peterson, Randy Moss e Cris Carter…
Siete ubriachi di numeri? Ecco immaginate che deve essere proprio così che si sentono i difensori quando se lo trovano di fronte e non sanno come fermarlo. Perché questa è la situazione a questo punto della stagione.
E i numeri nel football sono molto spesso legati a incredibili prestazioni. Cook si è preso in spalla i Minnesota Vikings, proprio come era abituato a fare Adrian Peterson prima di lui. Il running back numero 33 è il fulcro dei gialloviola. Con lui dopo la bye week sono riusciti prima ad espugnare il Lambeau Field e poi a regolare in scioltezza i Detroit Lions. Cook aveva iniziato altrettanto bene la stagione, con il solo impiccio dell’infortunio che l’ha costretto a saltare la sciagurata sfida contro gli Atlanta Falcons.
Ecco allora che il valore del running back non può più essere messo in discussione. E non mancavano di certo i detrattori prima dell’inizio del campionato. Una schiera che si era rinfoltita dopo la minaccia di holdout di Cook, che chiedeva alla dirigenza gialloviola un contratto più ricco. Lo sciopero non si è mai concretizzato, eppure molti tifosi hanno storto il naso, non rendendosi conto pienamente della qualità del giocatore e della sua centralità per i Vikings. Ad esacerbare gli animi nei suoi confronti il suo essere injury prone. Con quelle 19 partite saltate nelle sue prime tre stagioni ad alimentare il fuoco della polemica.
Pensare che proprio l’infortunio al legamento crociato del ginocchio sinistro nella sconfitta con i Detroit Lions alla quarta giornata del 2017 ha forgiato il Cook attuale e il suo stile di corsa bilanciato e con pochi fronzoli, essenziale anche nelle finte, che gli permette di superare in velocità i difensori. “Dopo l’infortunio ho pensato che ero veloce abbastanza per correre oltre i difensori senza altri movimenti che in piena velocità mi potevano mettere a rischio”.
Alle sue caratteristiche vanno aggiunte la capacità di attaccare i difensori, che gli consente di rompere parecchi placcaggi. La visione di gioco, costruita con uno studio capillare dei difensori avversari e dei colleghi RB. L’istinto, che lo porta ad allontanare la gamba dal placcante quando questo gli si avvicina o a piantare il piede nel terreno e ripartire al massimo lasciando sul posto gli avversari. Cook è a suo agio sia a correre nel mezzo che all’esterno. E anche sui passaggi sa decisamente il fatto suo, sebbene in questa prima parte di stagione sia stato poco coinvolto. Ha ottime mani e una rapidità nel girarsi dopo aver ricevuto di prima classe.
I dubbi che abbiamo segnalato di alcuni degli appassionati, del resto, non appartengono alla società, che durante il training camp ha nominato il 25enne nativo di Miami capitano e il 12 settembre, alla vigilia della prima giornata di campionato l’ha accontentato e ha sottoscritto con lui un’estensione contrattuale quinquennale da 63 milioni di dollari, con 15,5 milioni alla firma e 28,2 milioni garantiti. Un signor contratto. Per un signor running back.
Facciamo un altro passo indietro, prima di ricordare come ha impilato le statistiche snocciolate qui sopra e di capire quali prospettive si possano aprire.
Come ci è arrivato Cook ai Vikings? È stato la nona scelta del secondo giro del draft 2017. Il sostituto designato di una leggenda vichinga come Adrian Peterson, pescato come terzo RB della sua classe, dopo Leonard Fournette (n.4 assoluto) e Christian McCaffrey (n.8 assoluto). In termini di talento la sua qualità era fuori discussione e sicuramente tra lui e i primi due colleghi scelti non c’era già allora il divario che ha separato la chiamata numero 8 di CMC dalla numero 41 dello “Chef”. Cook è arrivato nella Nfl portandosi dietro dei punti interrogativi dal college. Question marks che non è riuscito a cancellare né con una prova da 206 yard nell’Orange Bowl vinto contro Michigan prima di lasciare Florida State né alla combine, dove la sua prestazione non è balzata agli occhi.

A tenere lontane molte squadre sono stati soprattutto i dubbi legati al carattere e al backround di Cook. Non tutti pienamente leciti. Cresciuto in un quartiere della periferia più violenta di Miami, Cook deve moltissimo alla nonna, Miss Betty, con cui è andato a vivere nel 2007 e che, oltre a lui e al proprio figlio Anthony Jones, ha cresciuto anche altri suoi compagni rimasti senza famiglia e accolti nella sua casetta gialla. Da Tavius Brown, quando sua madre se ne andò, a Da’Vante Phillips, quando la mamma fu uccisa in una sparatoria.
E gli inizi di Cook a casa della nonna non sono stati semplici. Arrestato e accusato di rapina a 14 anni. Accuse poi decadute. Arrestato e accusato di aver portato un’arma a scuola e aver sparato a 15 anni. Accuse svanite pure queste. A dir poco turbolento, alle medie, insomma. Prima di mettersi in riga alle superiori.
Esempio da evitare quello di Antwain Easterling, incredibile superstar di Miami Northwestern high school, idolo di tutti i ragazzini della zona dell’età di Cook, caduto in disgrazia per uno scandalo sessuale proprio prima di andare al college. Una decisione sbagliata che fa crollare tutto il castello. Esempio da seguire quello di Devonta Freeman, motivo per cui Cook si è avvicinato al programma di football di Miami Central solo nell’anno da sophomore. Prima non avrebbe avuto modo di giocare con il running back ex Atlanta Falcons davanti. Ad allenarlo c’è l’head coach Telly Lockett che era offensive coordinator proprio di Easterling e sa cosa insegnare ai suoi ragazzi dopo aver vissuto anche sulla propria pelle gli errori precedenti.

A fine high school Cook è comunque il miglior prospetto del Sud della Florida e sul divano della nonna passano tutti i principali allenatori del college football. Jimbo Fisher di Florida State compreso. Con la sporta bella piena di perplessità legate al passato da delinquente in fieri di Cook. Incertezze svanite una volta alzatosi dal divano. L’impressione per Fisher è positiva. In vent’anni di reclutamento nel Sud della Florida conosce bene i ragazzi di quella zona. “Ci vanno cauti perché sanno che ogni errore può costargli la vita. Per questo Cook è molto bravo nel giudicare le persone”. Prima di scegliere Florida State Cook, diventato Mr.Football della Florida nel 2013, si promette a Clemson, poi passa a Florida. E infine si decide per i Seminoles. Il suo amico fraterno Yearby è a Miami in quegli anni e descrive bene la situazione.
“Ogni giorno affrontiamo tentazioni con qualcuno che cerca di tirarti dentro a fare cose sbagliate. Noi abbiamo battuto le probabilità”.
Cook lo sa. Nell’estate di quell’anno si dà da fare andando a scuola d’estate e di sera per potersi diplomare in anticipo e iniziare l’università in primavera. Gran lavoratore in campo, nel primo anno a Florida State tornano i guai con la legge. Quei campanelli d’allarme che hanno allontanato molte franchigie Nfl nel 2017. Tre episodi nell’anno da freshman: un incidente con una pistola ad aria compressa che causa un finestrino rotto, un’accusa di maltrattamento di animali e la presenza durante un presunto assalto di due conoscenti armati a un vicino di casa. L’estate prima del secondo anno è accusato di aver colpito una donna di fronte a un bar di Tallahassee. È accusato di aggressione. Si dichiara non colpevole. Va a processo ed è sospeso dagli allenamenti. La giuria in agosto lo assolve e può tornare su quel campo che calca da quando ha 4 anni. Stagione super il 2015. Nei tre anni da Seminole corre 5399 yard abbattendo il record di Warrick Dunn, altra conoscenza Nfl.
Prima del draft va ad allenarsi da un guru della preparazione, a Boca Raton, poco a nord di Miami. Tony Villani è abituato a preparare i ragazzi per le combine e riconosce in Cook le stimmate del campione. Anche per l’impegno che ci mette in palestra e nell’apprendere. Le chiamate che riceve però lo sorprendono. Gli parlano di un ragazzo che arriva tardi agli allenamenti. Che puzza d’alcol. Che va in giro con persone poco raccomandabili. Voci che sembrerebbero messe in circolazione da un agente non ufficiale che aiuta gli agenti a reclutare i giocatori durante il draft. Probabilmente una ripicca perché Cook ha scelto di farsi rappresentare da altri che non sono intrallazzati con il delatore. E così nonostante Miss Betty in quei giorni ripeta che quello che legge non corrisponde al vero Cook tante squadre lo tolgono dalle loro liste. Un pezzo di Bleacher Report di Matt Miller addirittura dice che se toccasse a lui sceglierebbe sicuramente Joe Mixon, visto il passato di Cook. Quel Mixon che è stato filmato mentre picchiava una studentessa rompendole delle ossa della faccia e per questo ha patteggiato. Voci incontrollate più pesanti dei video. Patteggiamenti più leggeri delle assoluzioni. E così Cook scivola in braccio ai Vikings. Mixon è scelto poco dopo, dai Cincinnati Bengals con la numero 48.
In maglia Vikings Cook ha giocato quattro partite il primo anno, prima dell’infortunio al ginocchio. Undici il secondo e quattordici il terzo. Nel 2019 la vera esplosione con 1135 yard corse, 519 ricevute e 13 touchdown di corsa. In tutti e tre gli anni però ha sempre corso con una media di almeno 4,5 yard per portata. Sono ricaduto nelle statistiche. E mi servono in effetti. In metà stagione finora ha quasi eguagliato i totali dello scorso campionato.
L’inizio non è stato semplice contro Green Bay e Indianapolis. Poche portate (12 e 14). Poca chiarezza di quello che i Vikings dovrebbero essere. Comunque tre touchdown. Dalla terza settimana la musica cambia. Minnesota di converte alle corse. Coach Gary Kubiak dà le chiavi dell’attacco a Cook. Le portate diventano 22 (week 3), 27 (week 4), 17 (week 5, con infortunio), 30 (week 8), 22 (week 9). Il che si sposa alla perfezione con il suo amore per le corse e la sua capacità di far rendere all’inverosimile anche RB con un quinto del talento di Cook. Vi dicono niente Olandis Gary, Mike Anderson, Reuben Droughns, Steve Slaton, and Justin Forsett? Tutti running back sotto la media capaci di correre sopra le mille yard con il guru della zone blocking scheme. Dategli del talento e l’elenco si trasforma in Terrell Davis, Clinton Portis ed Arian Foster. Il matrimonio perfetto, per quanto la Nfl di oggi per Cook e Kubiak sia piena di don Rodrigo. Sì perché le incertezze delle prime giornate avevano fatto pensare a un Kubiak ormai superato e incapace di fornire gli strumenti giusti a un attacco che sembrava avere una quantità di talento sufficiente per provare almeno a restare in partita con gli avversari, sopperendo alle naturali carenze di una difesa in difficoltà d’organico.
Alla terza giornata Tennessee si impone di un punto con la sensazione che Minnesota potesse vincere. La musica però, contro chi arriva dalla patria del rock and roll, è diversa dalle prime due apparizioni. Per il 33 ci sono 181 yard, un touchdown e l’unico fumble fino a questo momento. Causato da una caduta su un compagno. Con Houston arriva la prima vittoria. 130 yard e due touchdown. La sfida di Seattle è il rammarico più grande dei Vikings fino a questo punto della stagione. Primo tempo stellare. Poi un blackout con alcune scellerate scelte del coaching staff che regalano il successo ai Seahawks. Il running back superstar si infortuna durante il match. Salta così anche lo scempio di Atlanta prima di arrivare alla cronaca recente e alle due stratosferiche prestazioni contro Green Bay e Detroit. Con tanto di spettacolarissimo touchdown da 70 yard nell’ultima domenica. Giusto per ricordare che è capace anche di super giocate.
Proprio le ultime performance potrebbero consentire ai Vikings di sfruttare al massimo le play action e tornare a valorizzare anche il gioco aereo. Perché con un Cook così le difese sono costrette a dedicare molti uomini alla difesa delle corse. Lo vedremo già da Chicago, lunedì. Quando è in arrivo un Monday Night Football che sarà il crocevia della stagione vichinga, di Cook si inizia a parlare in tutta la lega. I tifosi si accalcano stretti stretti sul carro del loro running back e qualcuno azzarda tre parole. Most. Valuable. Player.
Ecco…
Facciamo il confronto (con alle spalle sette partite giocate da tutti e tre) con due stagioni di Adrian Peterson e LaDanian Tomlinson. La 2012 e la 2006. Elenchiamo. Cook 2020 con 7 partite giocate: 144 portate, 858 yard corse, 12 touchdown su corsa, 1031 yard dalla linea di scrimmage. Peterson 2012 dopo 7 partite giocate: 136 portate 652 yard, 3 touchdown su corsa, 787 yard dalla linea di scrimmage. Tomlinson 2006 dopo 7 partite giocate: 150 portate, 656 yard, 9 touchdown, 959 yard dalla linea di scrimmage. Peterson e Tomlinson nel 2012 e nel 2006 presi in analisi hanno vinto entrambi il titolo di Mvp. Sono gli ultimi due running back ad aver vinto il trofeo.
Può farcela Cook? Difficilissimo. Primo perché la sua squadra avrebbe bisogno di migliorare notevolmente il record. Peterson nel 2012 infranse il muro delle 2000 yard, mancando per sole 8 yard il record assoluto in una singola stagione di Eric Dickerson, e i suoi Vikings arrivarono ai playoff con un buon 10-6. Tomlinson nel 2006 stabilì il record ogni epoca di touchdown realizzati in una singola stagione: 31 (di cui 28 su corsa). E i suoi Chargers chiusero la regular season con un ottimo 14-2 prima di perdere nel divisional round dei playoff contro i New England Patriots. Quindi per poter entrare nel discorso dovrebbe per prima cosa concludere la stagione nello stesso straripante modo in cui l’ha cominciata per infilare una statistica che non può passare inosservata. Sia il muro delle 2000 yard corse, sia una cifra spropositata di touchdown. In seconda battuta dovrà far sì che i suoi Vikings arrivino almeno a giocare la wild card. Altrimenti Cook potrà al massimo puntare al titolo di Offensive player of the year.

Così come abbiamo ricordato i running back Mvp, infatti, bisogna evidenziare anche le grandi annate di running back che l’Mvp non l’hanno vinto. Più recentemente spiccano i casi di Chris Johnson nel 2009, quando chiuse l’anno con 2006 yard corse, 125,4 a partita e 2509 dalla linea di scrimmage un record assoluto che non bastò non solo per battere Peyton Manning nella corsa all’Mvp ma nemmeno per ottenere un solo voto. Che prese invece nel 2008 nel suo anno da rookie. Nel 2009 invece, Manning chiuse con 39,5, seguito da Drew Brees 7,5, da Philip Rivers 2 e da Brett Favre 1. CJ2K corse ben 11 partite oltre le 100 yard. Ma si dovette accontentare di essere l’Offensive player of the year. I suoi Titans partirono 0-6 e chiusero 8-8 a differenza del 13-3 dell’anno prima. Il che sicuramente incise. Scenario che potrebbe assomigliare a quello che sta vivendo Cook, anche perché la concorrenza dei quarterback è fortissima pure per il 33 gialloviola. Patrick Mahomes, Aaron Rodgers, Russell Wilson, Kyler Murray, nell’ordine, sono i favoriti principali a fare incetta di voti, con il fenomeno di Kansas City che potrebbe attentare alla cinquantina di passaggi da touchdown lanciati. E il numero 1 di Arizona in linea per un’annata da 4000 yard lanciate e mille corse, mai riuscita a nessuno nella Nfl. E non ho citato Josh Allen, altro potenziale candidato.
Ricordiamo anche che il mito Barry Sanders nel 1997 quando corse le sue duemila yard, dovette dividere il titolo di Mvp con il rivale divisionale Brett Favre. E per chiudere il discorso non dimentichiamo l’incredibile campionato 2019 di Christian McCaffrey, capace di correre per 1387 yard e ricevere per 1005 segnando 19 touchdown. Ma anche per lui, come per Chris Johnson nel 2009, nessun voto. Mvp nel 2019, infatti, è stato nominato Lamar Jackson all’unanimità. CMC non ha conquistato nemmeno il titolo di Offensive player of the year, vinto da Michael Thomas grazie al suo record di ricezioni in una singola stagione: 149.
Ecco perché è quasi impossibile che Cook vinca l’Mvp nonostante una prima parte di stagione che l’ha consacrato come il miglior running back del momento. Capace di elevarsi e sfruttare al meglio anche l’aiuto dei suoi compagni, dalla linea d’attacco (numeri uno secondo Football outsiders nell’aprire varchi per le corse) ai tight end e al sempre utilissimo CJ Ham. Un running back che ha spazzato via tutte le nuvole che si erano addensate su di lui nel passaggio dal college alla Nfl. Nuvole che si erano diradate nel 2019 sostituite dal vento delle polemiche contrattuali la scorsa estate. La forza delle prestazioni e delle statistiche ha riportato il sereno e ha reso Cook il pezzo più importante dei Vikings. Come potrebbe essere altrimenti per un ragazzo che nelle ultime partite ha preso per mano i compagni facendogli rialzare la testa e che in sette gare si è messo alle spalle tutti i rivali del ruolo?



